
Comincio a capire che il mio ritorno sia dovuto al bisogno di respirare ancora, per qualche tempo, Bologna. Quanto allo spiraglio che ho lasciato aperto dalla mia scelta di fuga, contro il mio istinto di fuga, è più stretto di quanto avevo creduto, e le cose, da qui, sembrano più inevitabili.
Ad una fiera del libro ho preso un'antologia di interviste a Tondelli. In un bar dalle parti della stazione leggevo: "Ogni generazione doveva essere quello che doveva essere. Mi limito solo a questo. Troppo alcool preso, troppa polvere. Tanta voglia di autodistruzione vista come mito alternativo. Forse è stata la pietà, forse la commozione a far nascere interrogativi direi quasi inquietanti. E mi sono chiesto, e forse l'ho anche scritto da qualche parte: Non sarà forse che quel culto della sofferenza, del rifiutare sempre il gioco perchè il gioco è sempre sporco, del non stare da nessuna parte perchè le parti tradiscono sempre, alla fine non sia solo una mania letteraria, ma proprio un'incapacità tremenda a stare al mondo?".
Ragionare per generazioni riesce molto naturale, benchè spesso, mi sembra, getti fumo negli occhi. La mia sembra essere più schiacciata da fenomeni esterni, grandi e inevitabili; ha meno capacità, o possibilità di crearsi, di inventare la propria felicità e la propria disperazione.

Allora, senza pensarci, e con qualche presunzione, ho disegnato la mappa dei sommersi e i salvati. Alcuni di loro li avevo visti, nei pochi giorni da che ero arrivato. Li avevo trovati immobili, beatamente, riconoscibili tutti e subito, e avevo la sensazione sgradevole che sarebbe stato lo stesso, se invece che pochi mesi fossi stato via per degli anni; o molto amari, e anche loro, per questo, rimasti uguali: ma se non altro con un'inquietudine. Ad altri ancora volevo dare fiducia; poi c'erano quelli lontani che mi ispiravano, e quelli vicini che non incontravo, e immaginavo camminare per strada, e credevo di riconoscere dalla schiena e dall'andatura.
Con mia sorpresa, e un certo sollievo, per tutti loro avrei avuto un abbraccio, di stima o d'affetto, di commozione o di simpatia o di pietà; un abbraccio che mi armava le braccia, e una curiosità toccante per il loro destino. E mi chiedo se sia, questo, se si possa chiamare un sentimento generazionale.

Ieri sera ho sfilato un po' con il rave, dietro agli Skiantos sul tir che faceva un breve percorso circolare dall'autostazione. C'erano perlopiù facce giovani, di nuovi arrivati a Bologna. Davanti al camion, in testa al corteo, Rosario Picciolo camminava malfermo, come drogato di qualche cosa; lì vicino, Monteventi faceva presenza, imbacuccato nel giaccone pesante, con la sua testa larga da montanaro e l'atteggiamento solerte del sindacalista corrotto.
Sul giornale di oggi si parla del rave, e c'è scritto che alla fine, nei paraggi della stazione, due stranieri hanno provato a stuprare una ragazza ubriaca. Mi sembra un'ottima sintesi di Bologna, dell'immagine che ho di Bologna. Una falsa minoranza di alternativi, che è in effetti una mafia locale e organizza eventi concepiti per aumentare i consumi di droghe; un balletto politico che finge di opporsi, o di sostenere con giusta causa questo mercato; una folla di giovani sciatti e incoscienti, di meno giovani abbruttiti e privi di fantasia; una razza di alieni che fuggono la miseria del loro pianeta, e arrivano a fare i carnefici, drogando e stuprando. Un limbo, uno scannatoio, un termometro esasperato dei tempi. Per me, per tutti i miei limiti, le paure e i pensieri, una trincea.

E' straziante, la bellezza di questa città. Lo strazio non smette di contenere poesia, e la poesia è buttata fuori continuamente dalla maestosità di provincia dell'architettura, coi suoi colori terragni e lo strato umido della nebbia padana. Dall'epica che ha questo posto, e dalla sua propensione a schernirla. Ma l'epica, e la poesia, vivono naturalmente nel tempo, o non vivono. E quell'orologio, come quello della stazione, si è fermato da molto tempo.

