
Ragioniamo delle solite cose. Per esempio di vino, di film e di donne. Ragioniamo. Per strappare anche oggi la nostra piccola quota di contatto superficiale col mondo, ruminandone qualche scheggia e rigettandola fuori, inutilmente detta e pensata. Ma infine, dirò due oscene parole -oscene in quanto che inutili, per l'appunto- anche su questa storia di dire; questa brama di dire il mondo, che mi pare sia il vero peccato dell'uomo
(quante storie, invece, per una stupida mela. Mi sa che quello era solo il pretesto, quel divieto arbitrario che mettono i padri: e i due avevano già toppato dando un nome alle cose)
Ragionando di film
Ne ho visti altri due di Bellocchio, qui all'ACMI -col che la retrospettiva è finita.
Sedevo nel buio, inturgidito come una furia, al pensiero di tutti quegli australiani zittiti dalla maestà di Buongiorno, notte, chiedendosi quanti secoli di barbarie li attende prima che approdino ad un simile senso estetico. Di contro, nel buio balenavano (raggi B?, no) tracce dell'incompetenza locale, coi sottotitoli montati in diretta e a casaccio, probabilmente da un brigatista sudcoreano.
Ma a parte questo, durante e dopo la proiezione ho pensate un paio di cose.
Vediamo insieme, se volete, quali cose ho pensate.
-che A, è falso, come molti hanno detto, che il film è equidistante nel giudizio politico. Diciamo che non ha tessere di partito, ma è decisamente ostile alle Brigate Rosse. E diciamo anche strafottente, grazie a quel vecchio trucco che va sotto il nome di effetto Kulesov (per cui il senso di un primo piano cambia a seconda che dopo ci sia un carro funebre, un piatto di ziti o tua nonna in bikini): nella fattispecie, i filmati di repertorio sulle parate staliniane, o quelli sulle fucilazioni naziste, conferiscono un che di tragicomico alle facce e ai discorsi dei sequestratori. E poi c'è il personaggio di Paolo Briguglia, il collega di Maya Sansa, che mi pare un debrayage (proiezione del "narratore" nel racconto) puro e duro dello stesso Bellocchio, e ovviamente è un libero pensatore, innamorato della vecchia guardia partigiana e beffardo vuoi verso gli hippie, vuoi verso i brigatisti.
-che B, in effetti sono abbastanza d'accordo. Non dico nella fattispecie di Moro, che ancora dovevo nascere. Ma se penso ai sinistroidi odierni, ne concludo che freakettoni, umanitari, terzomondisti, ambientalisti, assistenzialisti, movimentisti, no global, no logo, tute bianche, girotondini, spiritualisti, neosalutisti e vegani devono morire in un rogo immenso appiccato dalla buonanima di Giordano Bruno. Eppure continuo a professare la mia adesione a sinistra.
Probabilmente sono un po’ confuso. Per esempio, in aprile ho votato la Rosa nel pugno, e ora penso che Pannella, Capezzone e Bonino devono morire segati in due dal pendolo di Foucault. Dico, sono passati quanti, sei mesi?
Ora, io non mi penso tanto intelligente. Davvero. Non mi penso neanche come un mentecatto, ma sinceramente mi riconosco un’intelligenza solo modesta, una cultura al massimo esigua e una furbizia risibile. Eppure, la maggior parte dei sinistroidi li trovo dei coglionazzi totali. Anche la maggior parte di chi vota a destra, ci mancherebbe.
In realtà ho questa sensazione, confortata da pareri autorevoli, che l’intelligenza media sia calata notevolmente. Si potrebbe aprire un dibattito serio, ma tanto per zompare alle conclusioni mi pare che a confronto dei nostri Avi non ci capiamo più un cazzo. Che siamo stupidi, stupidi, stupidi. Che dobbiamo belare.
Ragionando di donne -e un po' anche di vino
Sere fa, in un locale, sono stato ripreso per eccesso di sguardo. Una donna si è risentita perchè la guardavo troppo, o in modo troppo diretto, oppure ostinato.
La circostanza è probabile, perchè la donna in questione è piuttosto bella, ed io ero piuttosto ubriaco.
Eravamo in giro da tutto il giorno, a bere vino piccante e vino normale e qualche altro spirito sotto il sole battente, senza un tetto di ozono su cui contare; e adesso un delirio di note acide schizzavano dagli ottoni e mi rimbalzavano in testa.
Più tardi, tornando a casa lungo i viali del parco, ho incontrato un gruppo di opossum. Erano stranamente amichevoli, e un paio si avvicinavano fino a sfiorarmi le dita. Mi guardavano coi grandi occhi bagnati, e solo un po' di paura.
Ho scritto un messaggio alla ragazza refrattaria agli sguardi, che nel mentre era sparita in un taxi.
“Sai che gli opossum fanno meno storie per farsi guardare? Li sto guardando adesso. Li ho toccati. E sì che loro avrebbero più da temere”.
Pensavo intanto che dovrei smetterla di aspettarmi gran che dalle donne. Che dovrei contentarmi della cosa più tipica che hanno da offrire, la loro bellezza: e riporre altrove le aspettative di "dialogo", "comprensione", "scambio intellettuale".
Non è questione di stima. Sono convinto, in linea di principio, che una donna possa offrire stimoli diversi, e perchè no superiori, a quelli estetici e a quelli carnali. Solo, non è forse il caso di attenderli, di sperarvi o di andarne in cerca: quando una cosa, in loro, è così sfacciatamente evidente da essere un lenitivo sicuro alla pena di vivere, ed è appunto la loro bellezza.
Ma per questo, una donna gelosa della propria bellezza è un'offesa alla vita, mancando di bontà
e di umorismo. E un'offesa a chi s'ingegna onde lenire la sua pena di vivere.
(che non si lenisce di solo vino, per Zeus)

Spleen d'ordinanza
Ieri ho scritto questa cosa, bevendo un pessimo vino pagato caro, dopo aver camminato come uno zombi fin dal lavoro. Il tutto è durato sì e no due minuti.
Voglio zittire da adesso:
bisogna tacere. Non dire nulla
o ascoltare. Non so niente
che v’interessi, non ho niente da dire.
Solo, datemi una battaglia
dove possa morire. Non dico
da eroe, brandendo la spada,
ma da pezzente, sparato alla schiena.
E voi che sapete vivere
vivete pure per me.
Sulla tomba non scriveteci nulla,
e non sarà nulla di grave.
Che tristezza. Mi sono ridotto e editare poesiole su un blog. Peggio di questo, nella scala della comunicazione inutile, e del suicidio in potenza, c'è solo copiare i testi delle canzoni. Peraltro, da quando scrivo poesie? Non ho mai scritto poesie in vita mia, e me ne guardo bene. Cosa c'era in quel vino?
Comunque. Mi sarei risparmiato questa figura da cetriolo, non fosse che sullo stesso quaderno ho trovato quest'altra cosa scritta chissà quando, e l'accostamento mi ha fatto specie.
Mi sembra assurdo, adesso, l’aver solo pensato di essere, o “fare” lo scrittore.
Assurdo, inconcludente e arrogante.
Un modo, probabilmente, per mascherare a me stesso la vacuità spaventosa del non voler essere null’altro. Di non avere alternative realistiche a disposizione -il tanto vituperato realismo- alla monotonia del lavoro, dell’impiego terziario -o agricolo,o industriale, che diventano come una liberazione; del lavoro precario, del basso profilo.
Scrivere come chiedere a un fatto intimo di farsi identità, o professione; senza avere realmente nulla da dire. Quando questo mi è chiaro, come in questo momento, la scrittura mi dà quasi una repulsione. La pretesa di dire, e di farsi ascoltare, quando l'unica cosa sensata è non avere nulla da dire: e senza dire, partecipare.
Perché scrivere, allora. Perché spiegarsi, e voler capire. Perché non assecondare questa speranza semplice di amore dato e scambiato, e basta, senza dare a questa speranza una forma. Questo, o anche niente. E in ogni caso, tacere. Un po' di silenzio.
DIRE NO ALLA COMUNICAZIONE E' POSSIBILE
Come vedete, c'è una certa coerenza di fondo. Sottoscrivo tutt'ora, specialmente, lo slogan qui sopra. E' la mia vita, la mia condotta, le mie aspirazioni che vi confliggono totalmente. Ma ci faccio una pensata seria, giuro.
