Si familiarizza col posto. Succede, alla fine, anche ai casi di sociorepellenza ostinata.
Quando i luoghi sconosciuti sono familiari, calano gli stupori -quei borborigmi da frocetto inurbato, Oh, guarda qua, Ehi, anvedi un po' là- e si dissotterra lo spleen molto grungy del bazzicatore felsineo. Quell'abito della tua testa giovane che un giorno, come un vecchio giro di blues che avevi scordato, viene a prenderti nella sua nuova tinta sgargiante e ti fa scrivere come Enrico Brissi. Per cui smolliamolo, Vecchi, smettiamo quell'abito quanto prima.

Del resto, è pur vero che Melbourne fa un po' Bologna. Bologna più estrema e senza i portici. Ma c'è il maltempo, e la musica: e le velleità culturali. Metti una domenica tardoadolescenziale da queste parti -anche se hai fatto da poco 111 anni, festeggiato dall'interta Contea, e hai il sentore che è ora di andare. Ti trovi in mezzo ad un parco, in braghini corti. La scena è placida ai sensi. Le punk rocker sniffano colla; la gioventù sana gioca coi coccodrilli; il dirigibile Holden arde in cielo come un piccolo sole che scalda il cuore. Tu hai un nodo in gola, perchè ti senti sradicato e irrisolto, ma non veramente triste, la tristezza è autarchica, e tu vuoi far parte di questa scena, scaldato da questi due soli.

E d'un tratto ti senti spazzare via. Il vento arriva senza annunciarsi, scuro e violento. In cielo sono spuntate rocce, frastagliate e spumose, dove prima era solo il terso, e le rocce si frantumano e cadono giù, aizzate dal vento. Sei nel mezzo di una tempesta di grandine. Intorno non c'è frasca o pertugio in cui porre speranza. Sei solo, in braghini, sottostante il volere di un dioladro tiranno.
Poi, la sera, asciugate le membra, ti getti in una festa di strada, e il riff dolceamaro della calca, ed il vino, e l'ebbrezza e le risa accompagna i trilioni di note impazzite, che vengono fuori dai bassi, dalle chitarre, dai sax, in chiave punk e folk e free jazz, un disordine armonico, arlecchinesco. Soffia ancora quel vento freddo, ma adesso ci sono i corpi a pararne il lamento. Per qualche tempo, dimentichi quel nodo alla gola, e la fatica di vivere civilmente, con il lavoro, le relazioni, "ricordati di sorridere", "ti stimo molto"; quel sentimento di angosciante narcosi che ti fa dubitare, alle volte, di preferire questo alla vita delle scimmie allo zoo.
Quello che non c'è di Bologna è il sentore di violenza impazzita.
Leggo La Repubblica online e ci trovo scritto: ventiseienne sgozzato in casa sua.
Rileggo La Repubblica online, l'indomani, e ci trovo scritto: ventiseienne stuprata per ore da amici.
Anch'io ho ventisei anni, ma questo non c'entra.
Non c'entra neppure, o almeno non mi interessa, l'attitudine socio-terapeutica al problema. L'atteggiamento socio-paraculo di chi prova a spiegare com'è che quella città è divenuta la capitale italiana dello stupro -quello denunciato, almeno- e certo nella top five dei delitti "privati" -non mafiosi o politici, cioè.
Ma c'entra, può darsi, il senso di abbruttimento pervasivo e diffuso, la fobia da soffocamento sociale, lo sguardo plumbeo e appannato volto al futuro. A meno che siano seghe mentali. Forse mi confondo, m'immagino tutto. Del resto sono troppo coinvolto; ci sono nato, in quella città rossa e sempre più scura. E' un fatto che quando me la vedo davanti, sempre più spesso, fa buio pesto. E non quel tipo di buio ameno che porta lussuria e allegria.
Sentite questa, invece. Una tipa, qui, ha pregato il giornale di dare notizia delle nozze di platino dei suoi genitori. Settant'anni insieme, dieci figli, trenta pronipoti. Si sono sposati a Noto nell'ottobre del '36, dopo la fuitina.
Avevano quindici anni.
Gesù, Giuseppe e Maria. Si sono messi insieme da bambini. Va bene che nella Sicilia degli anni '30 si era molto meno bambini, ma insomma. Saranno stati anche loro abbastanza scemi, abbastanza non-so-un-cazzo-del-mondo-ma-va-bene-finchè-limono. E si sono presi per sempre. Immagino che avrebbero divorziato, se qualcosa fosse andato davvero storto, e quindi non sarà stato il peggiore dei castighi divini. Ecco cosa rispondono a chi gli domanda il segreto di un matrimonio longevo:
A tirar calci a ogni sasso ci si consuma le scarpe. Meglio portare la propria croce, senza lagnarsi e senza guardarsi indietro.
Roba da matti. Sono colmo di ammirazione e insieme di compassione. D'altronde potrei essere io, quello che "tira calci a ogni sasso". E chissà quanti tra voi. E se d'istinto mi vien da dire che le scarpe sono fatte per consumarsi, c'è anche caso che mi sfugga il senso profondo della metafora.
Bonus Track
Avevo lasciato da parte, almanaccando le affinità -presuntuose e presunte- tra qui e "casa", ciò che citavo come "velleità culturali".
Sempre domenica scorsa, evento speciale alla sala Astor: 2001 in 70 mm con gli attori protagonisti in person. Suonava talmente bizzarro che sono voluto andarci, accompagnato dai torinesi cinefili, benchè "speciale" fosse anche il prezzo.
Non penserete che mi metta a parlare di "2001". No, vero?
Film a parte, l'esperienza mi ha lasciato due cose:
cosa A- ho intuito che i due vegliardi, al secolo Keir Dullea e Gary Lockwood, campano da anni alle spalle della buonanima di Stanley Kubrick, portando in giro il suo film e facendo pagare l'ira di Dio a quei baluba convinti, come il sottoscritto, che si tratti davvero di un "evento speciale". A conferma inappellabile: tra un tempo e l'altro, nei trentacinque minuti di intervallo, i due vecchi autografavano foto di scena vendute a 70 dollari (40 euro). La gente faceva la fila, entusiasta. Poi squittiva, riconoscendo Dullea seduto di fianco -Lockwood non lo riconosceva nessuno; ero tentato di fargli firmare un biglietto del tram, tanto per fargli piacere.
cosa B- due anni dopo aver recitato per Kubrick, Dullea ha inciso un disco di brani pop. Apripista è un pezzo incalzante dal titolo Butterfly is Free. Mi chiedo quanti altri al mondo ne siano al corrente. Quanti abbiano sentito Dullea cantare Butterfly is Free, dal vivo, doppiando il sè stesso di trentacinque anni prima. L'Infinito gli ha fatto male.
E non siate così banali da sogghignare pensando: Kubrick si rivolterà nella tomba. Non date retta al titolo di quel libro, e credetemi: la morte è la fine. Per fortuna. E quindi nessuno si può rivoltare nella tomba. Bisogna rivoltare la tomba stessa.