E finalmente ho visto i film di Bellocchio alla cineteca locale, dopo averne parlato a mezzo stampa e via etere.
Si conferma, ce ne fosse bisogno, che quell’uomo è un grande modello di e(ste)tica. Mi rivedo con commozione al Lido, giovane ma non sprovveduto, spendermi per la sua causa persa davanti al pubblico di Marzullo.
("E per la coppa Volpi il mio candidato è...")
Nei Pugni in tasca, ad esempio, a parte la storia della morale-che-è-questione-di-stile (e qui Bellocchio strizza un po' tutto lo strizzabile ai cugini francesi) c’è una frase che vorrei aver detto io. Meglio: che vorrei fosse detta parlando di me.
Ed è: “per sognare, per esaltarsi, ha bisogno che le cose intorno filino, che le persone siano a posto”.
Dice così più o meno. Dico io: esatto.
Il fatto è che la vita è complicata. La burocrazia della vita.
Con ciò intendo uno stato dell'anima, o meglio, un cassetto della scrivania della mente. Ha a che fare talvolta con i moduli e le scartoffie, tal altra con lo star dietro a sè stessi.
Una gran fatica. E figuriamoci allora star dietro agli altri.
E un’altra frase, detta dal personaggio di cui si parla: “ho tutta questa energia dentro, ma cosa ci faccio?”.
Risposta: “C’è un sacco di roba da fare, sistemare il solaio, pulire la casa…”.
Sempre più o meno.
Se quel guerrier io fossi -quel personaggio, dico- aggiungerei pure: “perché la gente, e le cose, non mi aiutano a diventare un’artista?”
Cioè: perché la creatività ha smesso di organizzarsi? E se si organizza, perché non mi invita?
La verità -o un suo opaco barlume- è che per fare una sintesi al modo dei Pugni in tasca bisogna staccarsi dalla decifrazione minuta di quella che passa, volpinamente, per La Realtà.
Ad esempio, il lavoro d’ufficio diventa esso stesso Realtà.
Accade presto, perché è un lavoro monotono e per la sua densità limacciosa.
E se in rari casi vale la pena di decifrarlo per farne una sintesi, o anche un’esposizione più didascalica, di solito non ne vale la pena, e basterebbe rifarsi a Marx e ai suoi pochi validi aggiornamenti -tipo Debord, accidenti; tipo Debord. Resterebbe poco da dire, ma molti, anche molti “temperamenti artistici” si persuadono di poterci spremere altro.
Qualcosa di più interessante della più pura e prosaica delle alienazioni.
Stando così le cose, benedetta sia la Tragedia.
L'alienazione da ufficio e da burocrazia non è tragica, e per giunta sopisce il sentire tragico.
In un certo senso, è come se matricidi, infanticidi, genocidi e quant’altro che ci salutano dai giornali volessero ridestarci dal nostro letargo, e risvegliare la potenza tragica che è dentro di noi. Ti annoi, lì a casa? E leggi qua: pincopallo sgozza la madre/ il padre/il figlio/il nipote. Non tieni famiglia, ma lo stesso ti annoi, lì in ufficio? E leggi qua: aereo fatto schiantare su un grattacielo.
Eppure, anche questo ha ben poco di tragico. Sarò arido, che devo dirvi, ma i pianti in diretta dei padri/ le madri/ i figli/ i nipoti dell'11-9 non mi smuovono nulla.
E dei trilioni di pagine di giornale, ben poche valevano il tempo della lettura.
Perchè l'11-9 assurga nelle coscienze al rango di tragedia moderna, deve essere raccontata in modo sintetico. Non nego che ci sia chi lo ha fatto, ma purtroppo lo ha fatto in mezzo a un oceano di chiacchiere, di analisi minuziose, di descrizioni: perchè oggigiorno bisogna vedere e sentire tutto, no?
Ma questa è un po' come la mappa del mondo in scala 1/1.
Mentre la tragedia, con la sua brava catarsi, svicola dall'illustrazione.
Poi ci lamentiamo del plastico della villetta di Cogne: ma lasciamo che siano Vespa e Costanzo, due uomini indegni di pulire il culo al cane di Stalin, a gestire l’informazione-spettacolo su quel caso.
Giuda ballerino. Qualcuno più acuto di me faccia un’operazione di sintesi, se ne è capace.
Invece plaudiamo quel ciccione di Michael Moore, che è al massimo un bravo compilatore di appendici e riassunti da sussidiario.
(però fate conto che non ho visto neppure Elephant, un po’ scettico nonostante le osanna).
(A proposito, vorrei vedere il lavoro di Guido Chiesa su Novi Ligure. L'ho sentito parlarne per un paio d’ore, e scommetterei un grappino che è la sua cosa migliore).
E insomma, ragazzi, Sintesi!, è la parola d’ordine. Non come me.
("Sarò breve e circonciso")
Fistfuck you!
Ma il caso di Anna Nicole Smith si presta più al melodramma che non alla sintesi.
La signora -lo dico per gli astronauti di ritorno da Giove- è quella playmate che dieci anni fa, venticinquenne, ha sposato un miliardario texano di novant’anni, deceduto sei mesi dopo ma in tempo per intestarle l’intero suo patrimonio.
Da allora, ho discusso a lungo del caso Smith con i cari più cari; sostenendo in pieno la transazione, poiché mi chiedevo: cosa mai potrà fare, un miliardario piscione attorniato da parenti serpenti, meglio che pagarsi una dolce morte tra le curve di una bionda giunonica? Quanto a lei, quale impiego più angelico, ancorché interessato, per le sue curve giunoniche? A che cavolo servono bellezza e ricchezza, se non a copulare sfrenatamente tra loro?
Un parere che sottoscrivo tutt’ora. Salvo l’ingenuità che ho commesso nel trascurare la ritorsione -perché invero di mafia non me ne intendo.
La ritorsione è arrivata, dopo anni di controversie legali tra la Giunone e i biforcuti congiunti del miliardario.
Il figlio ventenne della playmate è defunto al talamo della madre, in ospedale, con un secondo marmocchio appena sfornato. Ha preso a vomitare sangue ed è morto; spontaneamente, pare.
Ho subito pensato che questa storia è perfetta per un noir anni ’40/'50.
Altro che Irwin, Ratzinger e stronzate varie: questa è la cronaca che strizza l’occhio agli sceneggiatori.
Nel ruolo di Anna Nicole Smith? Un’imbruttita Charlize Theron o una ringalluzzita Sharon Stone, così su due piedi.
Ma che tristezza. Che fantasia sterile.
Anyway. Di Bellocchio c’era anche L’ora di religione. Altro capolavoro ed esempio di sintesi ineccepibile, che tuttavia mi tocca un po’ meno, non essendo la mia laicità mai stata oggetto di discussione. Più che altro, è molto più comico di quanto ricordavo.
Frase cult, e assai pertinente: “Devo andare”.