Ho passato un week end cupo, a riflettere sulle mie deficienze sociali.
Il mio rating mondano è in picchiata, da queste parti.
E’ pur vero che a Bologna mi stavano quasi tutti sul culo, e pure uscendo e ubriacandomi quasi tutte le sere rincasavo con le pive nel sacco e i coglioni frullati. Questo la dice lunga; come quando al tavolo verde non riesci a capire chi è il pollo.
Anche il mio rating di socievolezza è in picchiata, e si avvicina alla quota dei personaggi nerd di Houellebecq. Colpa di un'indole fiera e di un carattere timido e schivo.
Di fatto, non mi piace quasi nessuno.
Fossi almeno provvisto di fascino, potrei ambire ad una claque adorante, fatta di scribacchini maldestri e di groupies discinte. Ma si vede che non sono il tipo che migliora invecchiando -alla Sean Connery, tipo-, e il mio rating di fascino è passato da scarso a scarsissimo. Non lo dico io, lo dicono le statistiche.
Pure, ogni tanto bisogna mettere il becco fuori; anche sapendo che finirai per rimpiangere il tepore della tua tana, dove la nullità cosmica del tuo pensiero non deve incontrarsi con quella altrui, e scambiare notizie sul nulla -nella blanda speranza di copulare, perchè infine è lì che torna sempre il pensiero, quel babbeo troglodita.
Così, bypassando le barriere linguistiche -e relative occasioni mondane-, ho acquisito la deleteria abitudine di bazzicare un sito di italian trippers. Un covo di simpatia, vi assicuro.
Ho fatto così conoscenza del già citato Zio Fester. E l’altra sera, io e lo Zio siamo andati a conoscere la Ragazza X, anche lei bazzicatrice del sito.
A dirla tutta, avevo anche invitato due romane coattissime intervistate nel pomeriggio -parte integrante della delegazione della Sapienza, nel ruolo delle “due hostess fatte passare per studentesse”. Non sono venute.
(da scarso a scarsissimo, ricordate)
L’incontro con la Ragazza X si preannunciava malissimo, soprattutto per lei. Ma anche a me l’idea di competere con lo Zio, rivelatosi quale un cazzone dei più mefitici, non faceva per niente. Lo Zio è il tipo d’uomo che s’intromette nelle chiacchiere altrui, per dire cose che non c’entrano un palo. Lo fa con questo ghigno stampato, che t’impedisce di mandarlo a far bene. E poi la Ragazza X non era il mio tipo.
Purtroppo, la sera si è trascinata altre cinque ore, in due o tre topaie assordanti di Brunswick Street, incamerando zilioni di decibel e lasciandoci dollaroni fumanti -e badate, “topaia” è polisemia intenzionale.
L'unica cosa buona, l’alba sulla via del ritorno.
E questo la dice lunga sul rating, il fascino e la socievolezza. Cip cip.
Poi oggi, sul lungofiume, pensavo che quanto a fascino c’è un pacco di gente che non arriva neppure a “scarsissimo”, totalizzando al massimo “infimo”.
Lungi dal consolarmi, questa illuminazione -che la mediocrità non ha fine, che la piramide è lunga e stretta- ha contribuito ad abbattermi.
La scena non aiutava: il lungofiume era malinconico ed imbrunito.
Decisamente non era giorno da ricordare; e del resto non sono capace di vivere per raccontarlo.
In compenso, a dimostrazione che la commedia non è mai tragica, la vita sola è tragica, mentre rimuginavo ho incrociato una truppa di tetraplegici che faceva il suo jogging domenicale.
Hey, Ho, Let's Go!
Ma a voi, giustamente, delle mie seghe non può fregare di meno, e se c’è modo di ripagare il disturbo di passare di qua, questo è solo la lista dei reperti etnografici.
E allora:
Bagni pubblici
Ce n’è un botto, tanto per cominciare. Poi, quando si chiude la porta automatica parte una musichina da sala d’attesa, concepita probabilmente per allietare i momenti più duri. Infine, un vero colpo di genio: il pulsante dello sciacquone è lo stesso che riapre la porta automatica. Come dire: non è che non ci fidiamo, e d’altra parte se vuoi convivere con i tuoi escrementi fa pure.
Maresciallo Rock
Il concerto settimanale al mercato vedeva di scena la soul band della polizia del Victoria. Ho pensato all’equivalente nostrano, con l’appuntato Zappalà al sax tenore e la Arcuri corista.
Cassieri
Al supermercato, i cassieri sono tenuti a imbustare la merce, con un raffinato congegno meccanico che li avverte quando il peso è off limits -e allora, pensate, cambiano busta. E’ un sistema eccellente per risparmiare ai clienti il quesito amletico: -Vuole una busta?-, cui almeno una volta, ne sono certo, siete stati tentati di replicare: -No, grazie, venticinque prodotti li porto a casa anche a mano
Spina biforcuta
Al mercatino dei libri dello Ian Potter Centre, una donna grinzosa espone i suoi libri sulla SBO, la spina bifida occulta. A suo dire -e probabilmente ha ragione, non farò il moccioso saccente- forme lievi di spina bifida non si manifestano che a seguito di analisi approfondite -come nel caso suo, dopo un incidente- e tuttavia possono complicare la vita. Mi ha mostrato orgogliosa il carteggio che ha avuto col premier, per metterlo a parte di questa piaga sanitaria chissà perché trascurata. Mi ha chiesto anche se avevo problemi alla schiena. Non ne ho.
-Eh, non ancora: ma attento, che la vita è imprevedibile-
Figli di troia
In ostello mi sono state trafugate cibarie. Una via l’altra: un mango, un vasetto di salsa tartara, zucchero. Se becco quel figlio di una madonna inculata, giuro che gli spolpo le falangi. Anche quelle dei piedi, che non si sa mai. Gli ossicini saranno usati come stuzzicadenti.
E io me la portai al fiume
Il mood riflessivo ha chiesto una passeggiata di dieci chilometri sul lungo-Yarra. Molti ciclisti dai quadricipiti femorali guizzanti; qualche podista volonteroso; pareti da arrampicata sotto la freeway; bel panorama. Come diceva la Lonely Planet, parlando però di Venezia, il segreto è camminare, Gente
Che parte da Che Guevara e arriva fino a madre Teresa
Fed Square è il trionfo del meltin’ potta. Tanto per cominciare, c’era il Festival dell’Indonesia. Poi, di fianco, l’expo chiamata Earth from Above, naturalmente una pippa di ambientalisti. Nondimeno, certe foto mozzavano il fiato. Quella di Venezia, ad esempio.
All you need is Nimesulide
Una ragazza di età indefinita si guarda intorno curiosa tra le gigantografie. Ha un viso angelico e malizioso, avvolto dai lunghi capelli scuri. Indossa una maglia verde smeraldo, un foulard viola e un paio di jeans slavati, che le stringono i fianchi materni. Negli occhi ha un'agilità ballerina, come frenata dalle braccia conserte -un riserbo eccitante.
Sta con un gruppo di nativi. Che ci fa insieme a loro?
Nel mentre, una freakettona sfoglia sciattamente il catalogo della mostra. Lo fa senza alcun interesse, maneggiando il volume alla bruttodio e aprendo pagine a caso, rapidamente, mimando una fretta che chiaramente non ha. Ho voglia di prenderla a pugni.
Giro giro tondo
Al Casinò.
Ci sono troppe luci di plastica, troppi occhi a mandorla e troppe manovre (dove cambiare i soldi; qual è il taglio minimo; cos’è quella carta magnetica che infilano nelle slot) perché sia invogliato a giocare. Ma gli altri ci danno dentro: cinquanta o cento dollari a botta sulle uscite meno probabili, montagne di grana nella stanza del poker. Dovrei passarci ubriaco per dondolarmi un po’ in giro. La maggior parte del personale è oscenamente giovane: ma è improponibile, un croupier senza un pelo in volto. La divisa è ridicola: coroncine stampate sulla stoffa stretta del gilet rosso e blu.
E’ la più grande sala da gioco dell’emisfero sud, secondo la guida; la terza nel mondo.