Sentite.
Ieri ho appreso molto su questo paese, e semplicemente posando le chiappe sulla poltrona di un cine.
E’ anche vero che mi è toccato prendere un treno per farlo.
Fido che un giorno qualcheduno persuaderà gli australiani della bontà della metro. Magari parlando delle bombe di Londra:
-Pensate. Se la jihad vuole già colpire qui a Melbourne, cosa direbbero se ci fosse la metro?
-That’s fucking true, mate
-Andrebbero in brodo di giuggiole, come minimo
-You’re fucking brilliant, mate
-A proposito, mi offri mica da bere?
Peraltro in questo cinema sito a Culonia -quartiere ameno di Melbourne- domenica prossima fanno 2001: Odissea nello spazio nell’immensità dei 70 mm in cui s’annega il pensier mio.
Ma aspettate. Presenzieranno l’evento Gary Lockwood e Keir Dullea in person.
Gesù inchiodato, rendetevi conto: quei due sono ancora vivi.
Che se ben ricordo, poi, uno dei due aveva passato Giove e l’Infinito reincarnandosi in un feto gigante, oppure in un monolite, e l’altro era morto per asfissia, ma all’ultimo nanosecondo si era messo insieme a una scimmia -una scimmia maschio, preciso-, e quando il rapporto era andato in frantumi la scimmia gli aveva spaccato la testa con una tibia, dacché in pratica era morto due volte, in una di quelle sequenze ermetiche e alogiche cui Kubrick ci ha abituati.
Cosa ci racconteranno, i due spassosi vegliardi?
Il film visto ieri sera, con due onomatopeici colleghi, era invece Australian Rules, una chicca di qualche anno fa che per misteriose ragioni -e le sto ancora cercando- non ha passato il vaglio dei sette mari, per sbancare da par suo i botteghini europei.
Vi si narra di uno sperduto paesello del South Australia -chiamato anch’esso Culonia- e delle tensioni sottocutanee, ma neanche poi tanto, che ne irrorano le desolate arterie stradali -un’astrusa metafora per dire che in famiglia si menano di santa ragione e che i bianchi “non vedono di buon occhio” i negri locali, noti al mondo come aborigeni. Il punto di vista, per snocciolare sapienza semiotica, è quello di un brufoloso teenager simile al mitico Jason Bateman. Se siete troppo piccoli per ricordarvi di Jason Bateman tornate pure a ciucciare dal seno
(dicevo quello di mamma, furbastri)
Quel pidocchio somigliava davvero al mitico Jason, ma la sua faccia, se possibile, chiamava schiaffi anche più robusti.
Riassumendo: c’è la vita a Culonia, nel South Australia, che scorre tranquilla, coi canguri che saltano e il papà che quando non si ubriaca picchia la mamma. C’è il simil-Jason che incautamente s’innamora di un’aborigena, e sono cazzi amari, ma soprattutto canguri. C’è un aborigeno, naturalmente amico del cuore di Jason, che viene sparato dal padre imbriacone di questi. E in mezzo, per camuffare la provenienza australiana del film, c’è una sporta di football australiano.
Sinceramente mi chiedo perché Australian Rules non ha sbancato i botteghini europei. Ma davvero.
Peraltro, dei dialoghi non ho capito una fava, perché erano detti in slang rigoroso.
Ma perché, come mai non ha sbancato in Europa?
Stasera, invece, mi sono sparato tre ore di cinema muto al benemerito ACMI -il cinema che fa venire i brufoli.
Trattavasi dell’amarissimo He who gets slapped (“L’uomo che si fa prendere a sberle”, Victor Sjostrom, 1924) e del visionario Museo delle cere (“Waxworks”, Paul Leni, 1924).
Il bello è che uscito dall’ACMI -con qualche brufolo in più- mi sono trovato al cospetto di Federation Square, che è uguale alle scenografie visionarie del Museo delle cere.
Ma soprattutto, il film (visionario, sapete?) di Leni mi ha fatto un effetto madeleine.
In effetti l’avevo già visto, o se non altro dicevo di averlo già visto, perché in realtà me l’ero dormito.
Il sonno dei giusti si situa qualche anno fa, ai tempi del Dams, alle ore nove del mattino.
Sappia chi è poco pratico che chiedere a uno studente del Dams di non dico vedere un film, ma foss’anche svegliarsi alle nove è come chiedere a suor Germana di ingerire cibi precotti, a un australiano di non dire mate per dieci minuti e a me, ultimamente, di fare amicizia con un sudcoreano.
Eppure quella mattina, per inquietanti ragioni, avevo condotto le terga marmoree fino a via Mascarella, per la proiezione delle ore nove del Museo delle cere.
Quel vegliardo adorabile del professor Costa aveva fatto un’introduzione sgargiante; spiegandoci, se non sbaglio, che questo film aveva scenografie strepitose, per l’epoca. Il vecchio aveva ragione, ma non l’avrei scoperto che una sera di molti anni dopo, a Melbourne, bestemmiando il dio dei sudcoreani: perché quella mattina ho dormito.
Ah -dove “Ah” è l’artifizio che attiva l’effetto madeleine.
Dicevo, Ah, i tempi del Dams. Tempi di meretricio -e non mi facevo pagare poi molto; di fegati spappolati; di menti migliori della mia generazione che Minchia, che generazione del cazzo.
Domani, invece (oggi per chi legge, ndr) la mia voce asimmetrica e apotropaica commenterà il cinema di Marco Bellocchio alla radio australiana. E’ questa la fine degli umanisti -suoni come un monito o come un presagio, a discrezione. Trovarsi a Melbourne, in uno sciatto settembre, e non solo scoprire che il correttore automatico di Word tramuta “Bellocchio” in “Belloccio” -provate a casa-, ma altresì che si deve passare la notte a scrivere due stronzate sull’autore dei “Pugni in tasca” e del “Regista di matrimoni”, da proporre agli intrigatissimi ascoltatori australiani -che nel mentre si chiedono perché Australian Rules non ha sbancato i botteghini europei.
Pure, anche Bellocchio mi ha fatto l’effetto di una madeleine -è il caso che scendo a farmi uno spuntino, che dite?
Correva l’anno 2003. La versione imberbe del Vostro -identica alla versione attuale- scorazzava su e giù per il Lido di Venezia, dove per caso si teneva una fiera del cinema.
(egli era giovane e forte, ma ancora non lo sapeva)
I microfoni della Rai lo intercettarono fuori dal casinò, dopo la proiezione del fresco Buongiorno, notte -calzante per chi ha subito da poco un jet lag. La strafiga reggimicrofono gli ha spiegato che l’intervista -sì, volevano intervistarlo: eccomi, De Mille, sono pronta!- era per lo speciale sul Festival di Marzullo.
(scesa di palle. Non avrei fiocinato quella strafiga. Provate voi, se c’è di mezzo Marzullo)
-Si faccia una domanda e si dia una risposta- ha detto la reggimicrofono
-Uhm…Ci sono. Mi è piaciuto Buongiorno, notte? Sì
-E che cavolo di risposta è, scusi?
-In che senso?
-Dio santo, articoli. Mi servono interviste di trenta secondi
-Non posso fare una recensione in trenta secondi. Ma posso dirle che l’amo
-Faccia qualcosa. Insomma, vuole parlare? E’ in televisione
-Uhm…Ci sono. A chi darei il Leone d’Oro, se fossi al posto della giuria? A Marco Bellocchio per Buongiorno, notte. Un titolo che ricorderò quando sarò vittima di un jet lag, tra parentesi
-Così va meglio
-Andava bene?
-La battuta era ottima, la ricicli
-Che dice, andiamo a scopare?
-Ricicli anche questa, comunque no
-Perché?
-Fatti miei. Lavoro per Marzullo, ma conservo una mia dignità
-Questa è ottima, la ricicli
Insomma, era per dire che a Venezia 2003 peroravo furiosamente la causa di Marco Bellocchio. Casualmente la perorava anche lui (questione di fluidi, immagino). E non ha preso bene il fatto che il premio sia andato a un frocetto russo, per il mediocre e laccatissimo esordio chiamato Il ritorno -recensione: “Ma vai a dare via il culo”.
Si vede che Bellocchio mi porta fortuna.
Sarà questione di fluidi?
(nella foto: ritmo tipico di film russo degli anni '20, in endecasillabi e settenari)