Le vie dei Qantas

Antipatici antipodi (taccuino australiano)

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lunedì, 11 settembre 2006

Di tutte le baggianate che ho mai sentito

Sabato.

Decido per una giornata da turista mediocre -guida Lonely Planet alla mano.

E’ strano, perché di solito non mi considero un turista mediocre -benché mi consideri un essere umano mediocre. Nondimeno, adopero la parola “turista”, senza osare la presunzione di definire me stesso come un “viaggiatore”.

Va anche detto che questa città ha molte cose da offrire.


 La prima tappa è lo zoo. E’ una di quelle cose che cerco ovunque, quando mi trovo in viaggio -a Bologna non c’è, d’altra parte; ma nei paraggi c’è lo zoo di Pistoia, reso cult da uno spot terribile a fine anni ’80 -se ben ricordo.


Perché cerchi ovunque lo zoo mi provo a spiegare in seguito, in una lettera scritta in loco alla mia sola sorella, e che ho deciso di pubblicare.

Nel mentre, largo alle notazioni da moleskine.


I miei amici e naturalmente io! : Allo zoo di pistoia..


(nella foto sopra, un gruppo di babbuini)

(NOTA BENE: specificarlo mi pare superfluo, ad ogni modo NON sono io e TANTOMENO sono i miei amici quelli ritratti in foto, checchè ne dica la scritta gialla che vi appare sopra quando ci passate col mouse. no, perchè non si pensi neanche lontanamente che)




...non manca più nessuno/

solo non si vede/

più il vecchio Steve


 

Eccomi.

Area scimmiesca.

Vive in India, ovviamente, il macaco hippie.

Trovo i gibboni dell’Indocina nella posa del Pensatore di Rodin.

Una scimmia ragno del Sud America sbocconcella un frutto della passione, stravaccato su un ramo come un pascià, preso di taglio dalla luce calda di mezzogiorno.

Una mandrilla, avverte un cartello, è ricoverata perché ferita da un’altra femmina; segno che il maschio dominante ha tenuto fede al suo nome.

La maestà del gorilla dormiente. Il testone lucido mi ricorda Brando in Apocalypse Now.

Area foresta pluviale asiatica.

Coloratissimo il Mandarina Duck. Col che mi spiego qualcosa.






Veniamo noi con questa mia addirvi


Qui viene la lettera a mia sorella. La riporto non per mettere il mondo a parte dei cazzi miei, ma perchè ivi si ragiona di cose alte. Parimenti, prometto di pubblicare la sua risposta -certo che saprà tenere in quota il livello. Espunte due tre cose già dette altrove, ricopio papale.


 

Dallo zoo.


 Cara Luul,


                  due righe da una pausa pranzo (naturalmente “alle quattro e mezza”) nell’ameno Elephant Villane dello zoo di Melb.


Poco fa, una colorata farfalla si è posata sulla mia spalla; ma l’elefante sono ancora in attesa di vederlo.


Ho visto invece il gorilla, avvolto nel suo sonno regale; il macaco indiano, gran capellone; i gibboni del sud est asiatico, gran pensatori.


Sapevi che lo zoo è uno di quei posti che cerco ovunque, da Roma a Berlino, da Melbourne a Tuxla Gutierrez (Chiapas)?


Mi dà pace, e nonostante l’età avanzata anche un poco di meraviglia.


Mi è venuto in mente un racconto di Bret Easton Ellis ambientato allo zoo. Si chiama Allo zoo -l’avresti detto?- e chiude la raccolta Acqua dal sole.


C’è una ragazza che va allo zoo col suo amante, un giovane, efebico produttore di L.A. che ricorda lo Zooey dei libri di Salinger.


Attraversano le gabbie degli animali


(un gigantesco pavone mi è appena passato di fianco, a piede libero)


in un’atmosfera irreale e fuori dal tempo.


Alla fine, il giovane produttore confessa all’amante di essere un alieno, venuto a esplorare il pianeta che presto sarà distrutto.


Comunque, volevo dirti che lo zoo mi attira, ma anche mi mette tristezza.


Non per le solite ragioni animaliste -anche perché, oramai, tutti gli zoo più famosi hanno gabbie talmente grandi che fai fatica a vedere le bestie, e hai voglia di chiedere se non c’è una stanza o uno stagno liberi, e quanto viene d’affitto.


E’ che tutte le bestie, quando non dormono o trombano, passano il tempo in cerca di cibo. La più parte della loro esistenza si risolve nel fagocitare ed espellere. Le altre bestie, o le piante, sono solo cibo per questa o quell’altra specie; e il loro letame, o l’aria sporca che buttano fuori, è cibo per qualcun altro.


E’ come se Dio, quel pagliaccio, avesse congegnato i viventi come tubi con poco o con niente intorno, per far loro passare il tempo.


Ci sono animali che passano venti ore al giorno tra ricerca e consumo di cibo: cosa farebbero della loro esistenza se sollevati da questa impellenza, come la “razza futura” dell’ultimo Houellebcq?


Messa così, l’esistenza degli animali ci sembra insensata, o ridicola.


La più pura espressione di questo nonsense l’ho trovata nei babbuini. Poiché vivono in grossi branchi, ne hanno messi parecchi in una gabbia spaziosa, dal terreno seminato di paglia e oggetti che servono a trastullarli.


Strillando, corrono da una parte all’altra, spazzolando il terreno dal pagliericcio, inesausti, con un gesto monotono delle braccia. Ogni tanto variano il tema beccandosi uno con l’altro, o gingillandosi con i giochi.


Come sono grotteschi, nel loro frenetico fare niente, con quegli osceni culi paonazzi -molti dei quali appaiono gonfi, se non gonfissimi, come mai? E’ il ventre della femmina gravida? O un segnale di eccitamento, o solo una sacca di merda?


(per contro, in un momento di pioggia, ho visto due scimmiette del Sud America stringersi sotto una tettoia, ed ho letto che sono monogami, e compagni per la vita: ma che tenerezza)


Questo per dire delle nostre amiche le scimmie, e della loro esistenza. Ma la nostra com’è?


Inchiodati alle stesse esigenze, e gravati dalla pena supplementare di formare pensieri, scambiare informazioni e messaggi -come faccio io adesso con te-, dare un nome ai bisogni ed ai sentimenti, sentirci in dovere di pensare alla vita (la nostra, e soprattutto La Vita, ambedue prive di senso, di utile e direzione, se non quella data dalla nostra mente spocchiosa, che nomina il tempo senza però possederlo, e capire la sua inesistenza).


Probabilmente,l’unico senso patetico e piccolo che possiamo darci sta nel fare dei figli. E’ una soluzione così banale da essere alla portata di tutti, e tale per cui quasi tutti l’accettano prima o poi.


Intanto, penso sempre più di essere fatto per vivere e morire da solo.


E se pure insensata, l’idea, e la preoccupazione che l’accompagna, sono tangibili, e non sono piacevoli.


 

Come vedete, in privato scrivo esattamente allo stesso modo del blog. Che tristezza, eh?

E andiamo avanti.





DivinAzione


L’elefante si dondola come uno scemo. Ha la pelle grinzosa e mette un po’ di tristezza.

Ricordo mio padre spiegarmi che l’elefante è più temibile del leone. In Africa, e in branco.

Eccone un altro, passa vicino.

Che faccia ebete da tontolone -o da Buttiglione, sputato.

Un inserviente, ovviamente sputato a Steve Irwin, gli lancia una mela. L’elefante ringrazia con la proboscide -e Buttiglione, questo, non lo sa fare.






(nella foto, l'ex ministro Rocco Buttiglione)


 

Da qualche tempo, prima di controllare l’ora sul display del mio cellulare cerco di indovinarla

(proposito, vorrei sapere quanto sono calate le vendite degli orologi da polso dall’avvento del cellulare. Non è un mio problema, perché io non ho mai avuto orologi da polso -o forse sì, uno, a sei anni, con le fasi lunari)

La cosa incredibile è che quasi sempre ci prendo, con un margine di due o tre minuti. Magari sono passate diverse ore. Probabilmente è una tecnica che si affina con l’esercizio.

Ma mi piace credere che sia un’arte divinatoria.

(sono le due e due minuti, comunque)



 Una statua di Peter Pan, cazzo c’entra?

Gesù. Ho voglia di bere.


 I Meercat di Sumatra (??).

Bah. Grossi topi che si mettono in posa.

E se fossero proprio loro la razza aliena superiore, camuffata nei panni di una bestia qualunque e noiosa? L’idea non è affatto nuova -Guida galattica per autostoppisti, tanto per dirne una. Ma individuare la specie giusta è un gran bel giochino.


 Allucinante la tartaruga delle Seychelles. Immensa, immobile, sofferente. Può vivere oltre duecento anni. Ma v’immaginate due secoli da tartaruga? Nella vita precedente, avrà fatto qualcosa di moooolto cattivo.

Ha sbadigliato. Ci ha messo cinque minuti.

Ricordo una scena di Cannibal Holocaust,celeberrima, dove il giovane Luca barbareschi fa per mangiare la testa di una tartaruga gigante. Vera. Staccata di fresco dal corpo.




nella foto: suggerimento per una serata romantica casalinga)


 

Sezione “outback”. Sabbia rossa.

Ma certo. Mi sento proprio in mezzo al deserto.

A proposito, spostereste quei grattacieli, laggiù, sullo sfondo? Grazie.

Visti finalmente i canguri. Niente di che, sono topi giganti con le zampone. Brucano come pazzi. Ne ho visto uno brucare e cagare allo stesso tempo (cosa direbbe Bunuel?)

Quelli che non mangiano dormono, stesi su un fianco -una posa che sembra loro congeniale.

Sono rimasto un quarto d’ora in attesa. E vuoi saltare, figlio di troia? Salta, che pago per questo.

Niente. Brucano, cagano, dormono e si guardano in giro -neanche da dire che trombino.

Vabbé, fammi andare a trovare i leoni.


Momento. Ho capito. I canguri fanno un salto o due al giorno. Grazie al cazzo, anche a me capiterà di saltare un paio di volte al giorno. Ad esempio quando suona la sveglia.


 Allo zoo, scopro, vengono solo i bianchi biondi. E’ il luogo giusto per sfuggire dagli occhi a mandorla -ma come sfuggire dai bianchi biondi?


 L’echidna. Grotteschi formichieri, che per di più si scambiano il partner subito prima di copulare.


 Piccione punk australiano.


Pausa dopo i serpenti.

Stravaccato su una panchina, ascolto La canzone del padre di Fabrizio De Andrè.

Poi ho visto i leoni.

I leoni sembrano simpaticissimi. Peccato non poterci giocare.

Nel mentre, molto appropriata, risuona Nella mia ora di libertà.

Ho immaginato naturalmente gli animali in rivolta, chiudere i visitatori nelle loro gabbie e poi venire a vederli, nudi e abbruttiti.


 (troppi bambini allo zoo. Sciami di bimbi belli, e vispi, di passeggini, fetidi bimbi nei passeggini. Uno schifo; il futuro)


 Mentre i leoni ronfano alla grandissima, i puma, i leopardi, gli orsi e le pantere vanno su e giù per gli stessi, infimi, avvilenti sentieri. Uno spettacolo triste.


 La terza pioggia della giornata mi coglie nel Japanese Garden.

Trovo riparo sotto una tettoia. Il giardino è bellino, con i bonsai opacizzati dal cielo plumbeo -un grigio sporco che pare abbassarsi.




(nella foto, giardino giapponese con prato all'inglese e bagno alla turca)





-Sembrano formiche

-Signore, quelle sono formiche


Non per niente accennavo ad un sabato da turista qualunque.

Dopo lo zoo mi sono sparato la veduta panoramica dalla torre Rialto, membro della "lega delle torri del mondo" -un club assai prestigioso, caduto purtroppo in disgrazia dopo l'11 settembre, quando membri fra i più prestigiosi si sono ritirati spiegando di essere, in realtà, semplici villette un po' troppo cresciute.

Comunque non scherzo. La Lega delle Torri esiste davvero.


 

Ed ora (ore 18) sono in cima alla torre Rialto, aspettando che faccia buio, ingannando l’attesa col taccuino ed il vino.

Di qui, al 55° piano, si vede Melbourne dall’alto. Ci sono venuto verso il tramonto -un tramonto che aveva già, lungamente annunciato la propria assenza- per vedere questa metropoli, a tre settimane dal mio arrivo, illuminata dal sole e poi scintillante di luci basse, e umane, piccole luci più in basso.

L’oscurità avanza ad ogni minuto, presto sarà giusta la luce.

Di nuovo un senso di sconforto, di solitudine, e il pensiero che mi sarà sempre più familiare invecchiando.

Oggi ho sentito molto De Andrè, le canzoni più tristi.

Ho anche pensato che questa torre sarebbe il posto ideale per un attentato; e d’improvviso sento rumori e vibrazioni sinistri.

In ogni caso, questa è la nostra gabbia. Abbiamo il privilegio di vederla dall’alto, sorseggiando uno Chardonnay. E’ una gabbia ben grande, e sbriluccicante, e ovviamente non è che una tra molte.

Comunque è la nostra.



(nella foto, veduta di Melbourne dalla torre Rialto, membro della Lega delle Torri del Mondo)


postato da: vannij alle ore 06:46 | link | commenti
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