Le vie dei Qantas

Antipatici antipodi (taccuino australiano)

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giovedì, 07 settembre 2006

Dialogo di Tristano e di Isotta

Ho ricevuto lagnanze, naturalmente in privato, sul tono acido e poco entusiasta della mia prosa australiana. Dette lagnanze suonavano un po' cosi':

-Ho letto il vostro blog. Malinconico al vostro solito.

Sì, al mio solito, ho detto io.

-Malinconico, sconsolato, disperato; si vede che questa vita vi pare una gran brutta cosa-, insisteva il lamentoso.

-Che v'ho a dire?- ho abbozzato, facendo spallucce. -Io aveva fitta in capo questa pazzia, che la vita umana fosse infelice

-Infelice sì forse. Ma pure alla fine . . .-

-No no, anzi felicissima. Ora ho cambiata opinione. Ma quando scrissi cotesto blog, io aveva quella pazzia in capo-

Con questa spudorata menzogna ho scansato la parte di accuse inerenti la prosa. Un'altra riguardava le immagini: perche' non mettevo su le mie foto del paesaggio australiano, nella sua espansa, fascinosa poesia capace di stringerti il cuore?

Su questo non ho voluto mentire:

1- le foto, perlopiu', mi stanno sul cazzo. Forse solo le foto digitali, o forse quelle che scatto io -quelle che fa mia sorella, ad esempio, sono spesso incantevoli. Ma mi sta sul cazzo vedere un bel panorama -e ce ne sono, oh, Dio lo sa, quel fetente che non mi da' i nomi vincenti nella settima corsa- e poi rivederlo compresso, appannato, piu' misero e piu' distante in quella polpettina di pixels

2- non mi illudo di saper fare alcunche' -non fotografare, non scrivere, niente al mondo- meglio di chi trovate facilmente con Google, e ha fatto -e Lui lo sa. Se qualcuno desidera "sentire" questa maggica tera attraverso una stupida foto, vi si rivolga con ottusa ma ben riposta fiducia. E se desidera -incontentabile- leggere vere belle parole su de sta tera, compri o rubi un libro di Chatwin o di...cribbio, non me ne vengono in mente altri (Peter Carey non so, non l'ho ancora letto). Qui si leggono cose futili e inette, e in genere ci si passa per vedere le foto di qualche sgnaccona.

A proposito. Cosi' passiamo alle cose serie


 Questo e' dedicato a te (dolce Anna Tatangelo)

Giorni fa ho intervistato le ragazze di "Donnavventura", in un albergo sfarzoso del centro "storico".

Sono ragazze in gamba. Non solo sei bei faccini, e sei paia di fianchi per riempire cinque minigonne (la sesta passa direttamente al dolce). Sanno scrivere, fotografare -loro-, guidare. Sono state scelte fra trentamila, mica cazzi.

Ora che parlo di loro saranno in mezzo al deserto. Le saluto caldamente.

(so benissimo che si trovano ad Adelaide, e non lo so perche' mi chiamino loro la sera, e ovviamente non le ho sfiorate; ad ogni modo, mi piaceva spedire un saluto a sei splendide avventuriere perdute in mezzo al deserto -e se non loro, vuoi che non ce ne siano?)

Per una tragica beffa del destino, poco dopo sarebbe morto l'idolo della televisione australiana.


 Goodbye cruel world



Saprete, immagino, chi e' questo signore. Tre giorni fa, una razza lo ha strappato alla vita. Lui -tragica bella del destino- che era solito farsela con i coccodrilli, quasi ne condividesse la natura profonda.

Lungi da me mancar di rispetto a un idolo locale. Non dimentico, certo che no, di essere un ospite, qui. (dimentico i debiti, questo si, e specialmente nei pub, si, lo ammetto. E tuttavia)

Per cio' mi limito a sentetizzare la mia opinione: se non rompiamo i coglioni alle bestie, a meno che sia per mangiarle (e anche li: gli spari e la fai finita, mica rompi i coglioni; e se li torturi per averli piu' grassi piu' in fretta sei uno stronzo, e' vero) e' probabile che loro ricambino la cortesia, con la stessa indifferenza sublime. Se non e' l'ora della merenda, certo.

Va bene, agli animali lui ci voleva bene. Nondimeno rompeva loro i coglioni. Voglio dire, mai successo che un coccodrillo mi offrisse una birra. Se ne sta per i fatti suoi, con quelli della sua specie, e giustamente non ha alcun interesse ad interloquire -tranne all’ora di merenda, ma lì sono un po’ sulle mie. Quel ragazzone ci faceva i documentari: faceva lo scemo con quei dinosauri per farci divertire.

Questa regola aurea del noli me tangere (e viceversa) dovrebbe valere più di frequente anche tra gli esseri umani. Qual è, infatti, la causa di tante nostre disgrazie se non il fatto che ci piace andare a rompere i coglioni in giro?

Si dirà: ma è per dialogare, per costruire ponti. Va bene, ma chi te l’ha chiesto? Perché non impari dal coccodrillo, che si fa i fatti suoi nella sua regale, autarchica, primitiva bruttezza?


(vale anche per le razze, naturalmente)



Videodrome




Per proseguire a tema, apro qui una parente sulla piaga della tele/video/ludo dipendenza.


L’altra notte mi sono imbattuto nei torinesi, che si sparavano “La febbre dell’oro” alle tre del mattino. Colpito da tale finezza di gusto -e dalla rinuncia, in via temporanea, al porcoddio d’ordinanza-  ho imbastito uno scambio sul cinema. I torinesi sono cinefili appassionati, e tra i loro videonoleggi recenti figura una ridda di titoli succulenti. Purtroppo, mi spiegavano desolati, certi film puoi vederteli solo a quest’ora, come un ladro (-Certo. Scusa, è il mio cellulare, quello?-). Perché la triade di Hong Kong, qui in ostello, considera “vecchio” qualunque film girato prima dell’anno duemila. Si buttano sul divano e nel giro di dieci minuti cominciano a starnazzare fra loro, insofferenti alle lise immagini sullo schermo.


Poiché Melbourne sembra un po’ Mandorlandia, non avrei faticato a trovare conferma del loro parere. Ad esempio, le sale giochi del centro: ci trovi solo games recentissimi, genere Picchiaduro, F1, qualcosa di calcio. Sono piene di latte di mandorla -il razzismo qui è intenzionale. Desolato -pur io-, cercavo tracce della mia infanzia robotica: un Tetris, un Toki, un Super Mario. Tutto spazzato via, resettato, o rimpiazzato, nei casi migliori, da “nuove versioni”. Come stupirsi del candore in fatto di cinema? La lingua di Chaplin non li appassiona, come potrebbe? E Godard è un signore vetusto, Kubrick un vecchio patetico, nella sua maniacale ricerca estetica. Al massimo, si aspetta il remake.


Quanto obsoleta, demodé, fuori mano deve sembrare loro la vecchia Europa, col suo attaccamento al classico ed all’antico. Con i suoi sforzi affannosi di stare al passo, surfando su e giù per la rete, senza averne la padronanza dei codici. La loro velocità di connessione e trasferimento li fa sentire forti di un nuovo linguaggio, immagino.


Ma come convincerli che senza storia, senza il passato, con la sua pesantezza antiludica -così appare ai loro occhi a mandorla- siamo tabule rase pronte a farci riempire? Il vuoto è logicamente terreno fertile: prendi una pancia digiuna, o una testa senza memoria, e puoi stiparci qualunque cosa: interconnettere i loro vuoti, farcendoli del medesimo cibo, e le stesse immagini.







E quando dico No è No (quando non è Kabuki)


  Eppure, anch’io devo confessare un peccato d’immagine. Stamane camminavo lungo Exhibition St (in realtà Collins St, ma come resistere alla tentazione di ambientare l'epifania in un luogo dal nome adeguato -che a Collins St è pure vicino, per ciò), e mi sono accorto, con lucidità lancinante, che non sapevo più nulla di Silvio Muccino e la bionda. Come Ulisse, distratto dalle sirene sulla via del ritorno -per tacere delle altre strappone-, avevo scordato i legami veri, gli affetti, e le trame che contano. Tra gli inconvenienti del mio viaggio australiano, realizzavo d’un tratto, c’era l’oblio sulla saga di Vodafone.




(Tit. "Ulisse? Ma de che, oh")


Così vi prego, compatrioti, vi prego sulla punta dell’anima: ditemi, fatemi sapere di Silvio Muccino e della sua amica bionda. Li ho lasciati che erano in riva al mare, lei vestita da sposa, chiacchierante al telefono a costo Zero, lui trastullandosi il pacco, buttato sul letto sabbioso da improbabile adone, pregustando le capriole e la lussuria indicibile con la sua nuova Venere. Cosa è accaduto? Si trovano ancora nella loro eterna happy hour? Hanno finalmente trombato? O forse, forse lei è tornata all’altare, e lui si è consolato facendo un altro film con Verdone?




(Tit. "Verdone? Ma de che, oh")


 


 Sweet Home Alabama


Ma a parte i Latte di mandorla, a parte Muccino, a parte l’azzeramento della memoria storica -e quale?-, a parte tutto e di più, devo prendere atto che qui comincio a sentirmi a casa.


L’ho percepito chiaramente ieri mattina, attraversando lo Yarra river -per ora sul ponte, ma mi sto esercitando a camminare sull’acqua-, lo skyline annebbiato e la stazione gialla davanti agli occhi, e alla mia destra Federation Sq, dove ha sede la cineteca.


La sera, Fed Square ha un fascino metafisico, e mi rammenta un poco De Chirico.


Anche se a ben vedere non c’entra niente.


Solo, è una città intimamente lenta. Peggio, è una metropoli lenta. I tram sferragliano su e giù tutto il giorno, nella loro sicura, ferrosa lentezza. Se a Bologna ci manca il mare, allora a Melbourne -dove c’è il mare, e c’è il fiume, ed il cibo e la figa- manca la metro.


Poi penso, Sto giudicando la civiltà (la civitas) sul metro del mio nemico, la “velocità”. E’ la velocità, fattasi frenesia, che ritengo sia il cancro -oh, uno dei tanti, intendiamoci- di questo mondo, no? E allora perché non dovrei amare, non dovrei ritenere massimamente civile un luogo -una metropoli- che è in grado di farsi, o restare lenta? Quale idea ho radicata a tal punto da generare un simile automatismo?


E’ che in una città, una metropoli, uno dovrebbe sentirsi in diritto di avere fretta. Nulla di male, ovviamente, ed anzi, buon per lui se può andare con calma. Ma deve avere il diritto di avere fretta: di avere una metro, e bus notturni per girare i night o lavorare fin quasi l’alba come uno stronzo di yuppie yankie. E a Melbourne non può. La mia mente è spiazzata dalla contraddizione: due connotati di civiltà compresenti, la metropoli ed il lusso del tempo. Deve aggiustarsi, predisporre una nuova visione gestaltica: ma a quanti luoghi del mondo potrei applicarla?


 

(Tit. "Philadelphia?")



 

postato da: vannij alle ore 12:59 | link | commenti
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