Le vie dei Qantas

Antipatici antipodi (taccuino australiano)

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martedì, 05 settembre 2006

I don't like ruby Tuesdays - part two

Nel week end mi trasformo in deambulatore oppure, secondo altri vangeli, in ciondolatore non meno che appassionato.
E' il frangente in cui il cronista dimesso sfoga il suo chatwinismo; tolto l'abito d'ordinanza, i pixel e le spalline, verga pagine di annotazioni e pensieri con quanto fiato ha nella mano sinistra -la mano del diavolo, quella ustionata.
Si sente furbo perchè ha scansato la truffa del Moleskine, senza rinunciare ai piaceri della copertina rigida. Una trovata ingegnosa: anonimi taccuini, che spernacchiano l'illustre parente forti del loro costo irrisorio -ed Hemingway stesso sarebbe stato d'accordo, sapendo poi com'è investito il risparmio.
Nei giorni d'ufficio, che seguono quelli furiosi del moleskinaggio, il cronista ne rievoca i tempi in tranquillità, come consigliano Woodsworth e Coleridge nei loro libelli di teoria poetica.  
Procediamo.




Sonavan le quiete stanze (e le vie d'intorno)

Domenica.
Concerto reggae al Victoria Market –penalizzato dal tempo instabile, la mia prima esperienza di “four seasons in a day (mate!)”, come dicono qui.
Dacché è bello istituire dei riti, seguo il concerto della domenica al modo di domenica scorsa, tracannando Chilli Wine –carne essiccata al posto dei calamari.
Una coppia sui trentacinque –lui molto australiano, un Coccodrillo Dundee appena un po’ meno biondo; lei orientale, ma ci metto un po’ a capire, perché ha gli occhiali da sole- balla con levità; balla anche benino. Sopraggiungono due bambine, diverse in età e in aspetto, e cominciano a lamentarsi. Sono chiaramente le figlie. I genitori le prendono per mano, una per uno, e le fanno ballare. Il padre prende in braccio quella più piccola e la fa roteare nell’aria.
E questo, l’intera scena di questa famiglia, mi appare a un tratto come l’immagine –una tra le possibili immagini- della felicità.



(Tit. "Hai visto la mia motosega, amore?")

E’ certo che la felicità è insieme. La gioia della mente e del corpo di fronte a qualcosa –un paesaggio sublime, un azzeramento- chiede di essere detta a parole, mentre la felicità della famiglia danzante non necessità di spiegazioni.
La famiglia si è allontanata. Ne prendono il posto due ragazzine, che ballano come le ragazzine, improbabili ed eccessive, e pure del tutto plausibili –ed anzi, naturali.


Finalmente sento Nick Cave in Australia, e nella sua città.
Senza forzare le cose, non essendo peraltro un semiologo musicale, mi contento di dire che l’ascolto prende un po’ più di senso, che suona appropriato.
Altra esperienza è camminare in Collins o in Elizabeth St ascoltando la Mozart Band. Una cosa a metà tra sentirsi Woody Allen in un suo film e venirsene nei pantaloni.



(Tit. "Well, actually I prefer Wagner...")

Scopro anche questo gruppo locale, i Cat Empire, che suonano frizzantini e colorati e leggeri.
Qui si suona a sbalusa. In Bourke St, il sabato, è pieno di musicisti che attirano i compratori. Parlo di gente che suona sul serio, con metodo e strumentazione adeguati, e che fa date con tutti i crismi nei locali. Diciamo che al sabato, in Bourke St, vanno incontro agli ascoltatori distratti.
Un tizio dalla faccia orientale, che si chiama George Kawanaki, si esibisce di fianco ad un Body Shop. Fa country-western e southern rock, tenendo la chitarra piatta sulle ginocchia, battendo su una grancassa e straziando un’armonica. A “Shake Your Money Maker” fa seguito “Gispsy Woman”. Un tripper biondiccio e vestito male scuote la testa più o meno a tempo; un ragazzo con la t-shirt del “Padrino” scatta una foto; un barbone addenta una mela. Ci sono adolescenti giapane, o vietnamiti o sudcoreane. Tre ragazzini stanno dritti a braccia conserte, sfoggiando identiche capigliature –finto bionde e coi ciuffi sparati da tardo punk.

Infine, in Collins St mi sorpassa una vecchia su uno di quei trabiccoli a motore per non deambulanti. Resta impigliata nel traffico pedonale, e a lungo procediamo alla stessa velocità, paralleli. Immagino allora che si alzi a comprare qualcosa, e di montare sul suo trabiccolo sgommando via, lasciandola alla mercé del suo claudicare.
In cuffia avevo un disco dei Monty Phyton.



Tit. "Nessuno si aspetta l'inquisizione spagnola")





Fruiscimi stocazzo

Cedo alle lusinghe della cultura, e mi rifugio alla National Gallery per vedere tutto ciò che v'è di gratuito.
I bozzetti di Rembrandt mi sembrano poca cosa; semmai, mi mettono voglia di leggere la Bibbia, fonte vasta e bella di spunti romanzeschi, ed origine di numerosi proverbi.
Per contro, la sezione orientale, ed in specie i fregi dei templi, che raffigurano Vishnu e Ganesh, Krishna e il Ramayama, mi mettono voglia di andare in India.
Ecco un'altra ridda di aneddoti inverosimili. Per esempio questo:
Si dice che il dio Ganesh, quello con la testa di pachiderma, fosse nato in realtà con sembianze umane.
Una sera, quand'era ragazzo, faceva guardia alle stanze ove riposava sua madre.
Suo padre, Shiva, si presentò nottetempo.
Padre e figlio non si riconobbero, e ingaggiarono una battaglia che vide il padre avere la meglio. Shiva decapitò suo figlio.
Appreso il suo tragico errore, ordinò a un servo di portargli la testa del primo vivente che avesse incontrato.

(Tit. "Furbo, 'sto Shiva°)

Pinacoteca.
C'è un Caravaggio, un Poussin, qualche Van Dyck, un paio di Canaletto, Tiepolo, Sisley, Manet, Monet, Ingres, Renoir, Sisley, Signac, Serusier, Dufy, Rousseau, Utrillo, Pissarro.

(fiato)
C'è Balthus, Wyndham Lewis, Lefebvre, Modigliani, Magritte.
E un mucchio d'altri che non conosco.
Paesaggisti inglesi pallosi. Giunoni a merenda. Tregende, sante, strali e puttane.
Per Toutatis. Come sono finiti quaggiù?



(Tit. "E Bosch? Non ce l'avete, Bosch? Incredibile, non hanno neanche Geronimo Bosch°)


Sezione arte concettuale.
Poca roba. Un Fontana, un De Kooning, un Wharol, un Cucchi ed un Paladino. Più un pacco di roba mista che non conosco, più un immenso pannello di pittura aborigena -Jean Michel Basquiat sotto falso nome, ho il sospetto.
Non mi piace l'arte concettuale, o primitiva, o comunque si chiami l'abiura della maestà del segno figurativo, con la potenza che avevamo saputo imprimervi nei secoli dei secoli -avevamo NOI, si capisce.
E mi chiedo che penserebbero i Giotto, i Caravaggio e i Mantegna visitando queste ultime sale della National Gallery. Ho idea che sarebbero quantomeno perplessi, scuoterebbero un po' la testa, abbozzando un:
-Vabbè, dopotutto c'è un arte per ogni tempo
-Sicuro- farebbe di rimando Tiziano (mentre il primo era Antonello da Messina)
-Non facciamo i bigotti, sforziamoci di capire
-......
-C'è più nessuno? Botticelli, vedi arrivare qualcuno?
-Nessuno, stanno chiudendo
-Uffff. Mettiamoci comodi
-Ragazzi, devo dirvelo. Io mi considero un progressista, uno di mente aperta, però...
-Non dirlo. Lascia stare, non dirlo
-Cioè, se questo tempo si fa rappresentare da questa roba...
-Gli abbiamo dato il Rinascimento. L'Umanesimo, gli abbiamo dato
-Gesù
-Ma Nostradamus l'aveva detto
-....
-Sapete cosa? Mi vien voglia di...di farle a pezzi, di tagliuzzarle ben bene queste croste immonde
-Ma che dici? In nome di Fidia, è sacrilegio
-E poi ci ha già pensato qualcuno. Guarda a questo che gli hanno fatto
-Ma no, quello è il "Concetto spaziale"
-Roba da matti


 



(Tit. "Arte astratta")



Frattaglie

Ripasso davanti ai punk della Flinders Station, che mi muovono tenerezza. Si sono fatti la loro piccola Bahnoof Zoo, ai piedi di uno squisito palazzo di gusto vittoriano, nel centro pacioso di Melbourne. Mi piacerebbe sapere chi di loro è Christiane F.

In Swanston St c'è una grande scacchiera disegnata per terra. I pezzi sono enormi, arrivano fin su le ginocchia.
Una partita è in corso, tra un ragazzo un po' hippie -decorazioni floreali sulle braghe di tela, sandali infradito- e un nero lungo e sbilenco, in jeans larghi e slavati e giacca sintetica.
Entrambi attendono il proprio turno con le mani infilate in tasca; gli scambi sono abbastanza veloci. Un certo numero di persone è raccolta intorno. Si può seguire la sfida anche dai tavolini di un bar, come faccio io.
Il ragazzo muove gli scacchi coi piedi -mentre il nero raggiunge il pezzo che gli interessa, si curva lentamente a raccoglierlo e lo prende in mano; l'operazione sembra costargli fatica.
D'un tratto si mette a piovere. I giocatori e gli spettatori si riparano sotto una tettoia. Gli scacchi restano al loro posto. E' l'inconveniente di una scacchiera da marciapiede. In compenso è a prova di bari. Provate voi a far saltar tutto in aria. O avete una bomba o nisba.

Il climax della mia domenica vale però un post a sè.
Così la tiriamo in lungo di qui fino a sabato.

postato da: vannij alle ore 08:38 | link | commenti
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