Oggi andiamo di citazioni. Chi passa di qui -sempre meno, ed è sempre più un bene- può divertirsi a riconoscerne una o più.
Forse un mattino andando in un'aria di vetro,
arida,rivolgendomi vedró compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.
Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto
alberi case colli per l'inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andró zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.
Andiamo di citazioni, e sfanghiamo il bisogno di aggiornamento. (questa, lo so, era facile in maniera insultante). Intanto scriviamo un articolo sul cinema indipendente a Bologna.
Ho scritto per ingiuriare la vita e per ingiuriare me stesso. Il risultato? Mi sono sopportato meglio, e ho sopportato meglio la vita.
Mi sembra giusto. Lasciamo parlare i grandi, e lasciamo che i piccoli -moi- se la sbroglino con le cose piccole, inutili e tristi. Tipo scrivere su un giornale, che come esempio di inutile non è male affatto. Ma anche meglio, in tal senso, è scrivere su un giornale onlain.
Gli ho chiesto cosa ne pensasse del dolore umano. "Il dolore e la sofferenza" mi ha detto "sono un semplice accidente dell'evoluzione". Me ne sono andato indignato, rifiutandomi di discutere con quel minorato mentale.
Fosse vero che ubi maior, et cetera. Magari. Purtroppo, oggi anche i minor hanno diritto al loro spazietto, al siparietto di vacuità compiacente. E c'è sempre chi li asseconda. Criminali. (del resto, sono ovviamente anche loro dei minor; in pratica una sfida a chi fa più pena)
Gli uomini come sono incoerenti! Non approfittano mai delle libertà che hanno, ma reclamano quelle che non hanno: hanno la libertà di pensare, chiedono la libertà di parlare.



(en passant: se l'accostamento iconico vi fa pensare: "E' uno scandalo, come hanno freddato Carlo Giuliani" siete ufficialmente degli imbecilli; lo so, sono malizioso che faccio paura, scusate)
Ah. Se incidentalmente faccio un post breve -mai abbastanza, però- non è per accrescere la curiosità, o il piacere, insomma la buona disposizione di voi inesistenti lettori. E' perchè devo scrivere questo articolo. Ognuno ha quel che si merita.
Bisognerebbe aggiornare, ma c'è ben poco. Fortuna che il blog è la giusta sede ove dire il nulla. Perchè c'è nulla da dire. Quasi nulla. Niente concerti, no cinema, libri che porto appresso e non leggo mai, tanto per darmi un tono (per darmi un tomo). Nuovi posti dove spendere soldi la sera; tutti gli spritz che mi sono mancati in Australia; donne che tirano il pacco (e ti hanno invitato loro); donne seccate perchè il tuo ascolto dei loro problemi non è concentrato abbastanza; gente che si lamenta; gente che è fiera di stare qui, "nella vecchia Europa che sta morendo"; file agli sportelli e alle casse, perchè la gente non vuole un lavoro ma un posto, vale a dire una sedia; mafie anarchiche e mafie accademiche, con le loro sponde a palazzo; entrare in tutte le librerie, carezzare le copertine; incontri casuali; uno o due spritz con gli incontri casuali, che conoscono/vanno a letto con qualcuno che conosci anche tu; chi ti viene a trovare da altrove, chi devi andare altrove a trovare; chi è piuttosto ingrassato e chi è morto; chi reagisce d'istinto, chi ha perso, chi ha vinto (chi chiede l'aumento, poi si ricorda di non avere un lavoro).

Novità editoriali: Sandro Mayer, Un'emozione dipiù, Cairo editore; Alessandro Baricco, I barbari, gruppo editoriale l'Espresso; Rocco Siffredi, Io, Rocco, Mondadori. Fortuna che c'è Siffredi.

Da Rocco c'è molto di che imparare. In questo frangente, del Rocco biografo di sè stesso (e ammesso che l'autore sia lui, ma gli diamo fiducia) penso soprattutto alle donne. Diciamo meglio, a certe donne che giochicchiano a scrivere, segnatamente di sesso. Complice un'editoria miope -non solo italiana, intendiamoci- costoro arrivano ad essere pubblicate e a ritenersi scrittrici. I libelli si individuano facilmente: piazzati spesso in vetrina, o impilati in posizione eminente tra le novità o (buon dio) le ristampe, hanno titoli oscuri ed altisonanti e copertine morbose, dove una tetta, una coscia o un broncetto di donna affiorano dalla penombra.
Consideriamone una a caso. Marilù S. Manzini. Il suo esordio, Io non chiedo permesso, Salani, aggrediva i curiosi con un bel culo giovane e la citazione che segue in quarta di copertina: "Mi chiamo Giulia. Sangue blu scorre nelle mie vene. Ho 21 anni e un cazzo da fare". Il secondo, Il quaderno nero dell'amore, l'ha pubblicato quest'anno Rizzoli, e ha venduto ben bene. Entrambi scopiazzano Bret Easton Ellis dall'inizio alla fine, con qualche spruzzata del pessimo Palaniuk. Parlano di un paese che non esiste, con ambizioni sociologiche più che discrete. Non valgono nulla come fette di vita né come fette di torta. Solo, nei libri della Manzini ci si annoia a dovere, si tira di coca tra i vestiti firmati, si scopa e si è maledetti. Non è neppure la peggiore, sapendo copiare i modelli; e almeno non scrive poesie erotiche. Il problema è che è un bluff totale. Adesso, per dire, sul periodico A e sul sito dell'editore c'è un suo intervento sui Fever Party, vale a dire i festini alla Eyes Wide Shut che vanno tanto di moda tra i ricchi, e dilagano anche da noi nel nord est. Ha un suo interesse, intendiamoci: e ci starebbe che ad occuparsene sia una che ha scritto i romanzacci suddetti. Peccato solo che dei Fever Party si siano occupati svariati giornali e riviste, almeno a partire dalla scorsa primavera, e che il pezzo della Manzini sia quasi il copincolla di quei precedenti interventi.
Intanto, in Italia, ci si lagna che non c'è lavoro, nel giornalismo, nelle case editrici, dovunque. E' un peccato che non siamo tutti giovani donne che scrivono racconti erotici scopiazzando da un paio di americani. Finiremmo a occuparci delle tendenze più in del momento.
Vabbè, vado a farmi una doccia.
Lui stava in piedi fuori dal bar, reggendo il suo terzo spritz, leggermente malfermo. Il suo amico gli era di fronte, reggendo uno spritz, leggermente malfermo. Erano tutti e due ben vestiti, e ovviamente "provati dalla giornata". Intorno, un brulicare di facce, metà delle quali più o meno note. Lui salutò qualcuno, facendo un gesto, e poi disse al suo amico che era "un idiota". Tornarono ai loro discorsi, di discreto interesse. Il tema erano soprattutto gli stupri. Il suo amico conosceva una studentessa che era stata stuprata; la conosceva anche lui. In effetti, tutti e due erano stati a letto con la studentessa. Prima che fosse stuprata. Di questo stupro lui aveva letto da qualche parte, ma non l'aveva associato a lei -non poteva. Disse questo: che era strano leggere di qualcuno, soprattutto in casi del genere, e scoprire che lo conoscevi. Il suo amico, in linea di massima, era d'accordo. La sera era umida. Lui considerava se passare da casa -lo aspettava una lunga nottata, era ancora indeciso fra due o tre proposte, la sera era fredda, lui era ancora, in fondo, piuttosto giovane, la città era bellissima e malinconica, illuminata da luci basse, lui pensò a quella ragazza stuprata, quando era stato a letto con lei, a come sembrava, erano pochi anni prima, lui era molto diverso, erano tutti molto diversi, ma in un altro senso erano tutti uguali, e con un sorso asciutto, virile, finì lo spritz e disse che andava a casa.

Sono andato a vedere l'ultimo di Scorsese, The Departed. Ottimo film, come ciascuno mi aveva già detto. Ottimo film, dalla scrittura impeccabile, ritmo frenetico, cast utilizzato al suo meglio (regia? regia di Martin Scorsese): ma che manca un po' di cuore.

E' un'ottima variante di genere (noir), che ne esplicita al massimo uno dei temi cardine, la reversibilità tra le parti e l'indistinzione tra i relativi valori. Con una morale a sua volta esplicita, pronunciata da un personaggio, la psicologa, e incarnata da un altro, lo sbirro tutto d'un pezzo (Whalberg). Questi due personaggi hanno un ruolo da comprimari, e sono il trait d'union più evidente tra i protagonisti (Di Caprio e Damon). La morale che rendono esplicita può così riassumersi: nell'ambiguità reale di cui si sporcano i concetti del bene e del male, tra le apparenze, gli inganni e le contraddizioni, quanto più si approssima alla virtù è fare bene il proprio lavoro, o assolvere il proprio mandato, facendolo risaltare sopra i parametri del giudizio sulla persona.

Il congegno è architettato a puntino, soprattutto per eccitare. Nella sua perfezione tecnica non si preoccupa, giustamente, di esagerare, sfondando il terreno dell'iperbolico. Quanto al "pensare", cioè al sostrato riflessivo del film, è presente ma didascalico: tanto che i distributori, con il loro solito acume, hanno sottotitolato l'edizione italiana Il bene e il male -l'acume, nel senso ovviamente della sua mancanza, sta in questa ridondanza con i contenuti del film, che al tempo stesso semplifica in altrettanti assoluti.

Quanto invece, e soprattutto, al "cuore". Il lavoro scientifico, che è pur sempre un racconto, richiede il massimo della lucidità; quello artistico, per esprimersi al meglio, richiede un certo equilibrio tra ragione, o intuizione, e sentimento (come pure, in genere, un certo equilibrio tra inclusione e distanza di sè). Posto che tale equilibrio è un punto o una zona variabili, diversi per ogni artista, l'apice della sua espressione artistica Scorsese lo ha toccato anni fa, con i due film Taxi Driver e Mean Streets. Quest'ultimo, più personale, è l'espressione di un giovane artista geniale, che vi travasa le sue ossessioni, parte della sua vita e la sua passione cinefila. L'altro è una metafora messa in racconto, secondo il metodo teorizzato dallo sceneggiatore Paul Schrader (di quando in quando, geniale anche lui) e con l'apporto fondametale dello sguardo e lo stile dello stesso regista, in stato di grazia tra immaginazione e libertà da una parte, e dall'altra padronanza della tecnica e del mestiere.

Per un discorso più giusto, cioè più completo su Scorsese regista bisognerebbe parlare di almeno altri due film, Fuori Orario e Goodfellas -quest'ultimo, secondo molti, ma non secondo chi scrive, si può sostituire con Casinò; e c'è anche, ma è un altro discorso, L'ultima tentazione di Cristo.
Bisognerebbe: ma non ora, non qui.

Intanto, in un altro film. Novità dal rave party. Il tentativo di stupro si risolverà in niente; l'aggressore è stato rimesso in libertà perchè, nonostante il fantastiliardo di testimoni, la ragazza aggredita era troppo ubriaca e non ricorda alcunchè. E' un plot formidabile. E a proposito, concedetemi, molto personalmente, di trascrivere un'altra dichiarazione di Pier Vittorio Tondelli:
"Il lavoro dello scrittore è un continuo pensare in termini di scrittura e di progetti letterari. Lo stimolo che viene dall'esterno credo che per uno scrittore sia sempre riferito all'orizzonte narrativo di un probabile romanzo. Ogni giorno si pensano, si elaborano e si selezionano decine di possibilità di narrazioni. E' un modo di filtrare la realtà, forse paranoico da questo punto di vista, come se tutto non arrivasse allo scrittore in quanto uomo o in quanto persona, ma a lui in quanto uomo e persona portatore di una storia. E' un procedimento di andata e ritorno".
Questa, più o meno, era l'immagine che avevo del giornalismo. Consapevole dei suoi limiti interni, e più o meno di quelli "storici": ma con l'umiltà di pensare a un mestiere, che fosse più o meno facile da praticare. Mi sbagliavo: quale ne sia la ragione, quel particolare tipo di filtro di cui parla Tondelli è proprio soltanto, qui, ora, della scrittura narrativa.
A proposito, torno ora dalla festa di laurea di una mia amica, nello storico bar Zanarini. Erano tutti gay e tutti piuttosto alticci. In questo momento, almeno, anche io sono alticcio. E se normalmente l'alcool mi mette voglia di sesso, adesso mi mette voglia di scrivere. D'altra parte ho molte cose da fare, e a malincuore mi tocca schiodare da qui. La concentrazione di checche alla festa mi induce ad ascoltare Bruce Springsteen, gonfiando il bicipite e pisciando su una qualsiasi bandiera (The Flags of Our Fathers).


Comincio a capire che il mio ritorno sia dovuto al bisogno di respirare ancora, per qualche tempo, Bologna. Quanto allo spiraglio che ho lasciato aperto dalla mia scelta di fuga, contro il mio istinto di fuga, è più stretto di quanto avevo creduto, e le cose, da qui, sembrano più inevitabili.
Ad una fiera del libro ho preso un'antologia di interviste a Tondelli. In un bar dalle parti della stazione leggevo: "Ogni generazione doveva essere quello che doveva essere. Mi limito solo a questo. Troppo alcool preso, troppa polvere. Tanta voglia di autodistruzione vista come mito alternativo. Forse è stata la pietà, forse la commozione a far nascere interrogativi direi quasi inquietanti. E mi sono chiesto, e forse l'ho anche scritto da qualche parte: Non sarà forse che quel culto della sofferenza, del rifiutare sempre il gioco perchè il gioco è sempre sporco, del non stare da nessuna parte perchè le parti tradiscono sempre, alla fine non sia solo una mania letteraria, ma proprio un'incapacità tremenda a stare al mondo?".
Ragionare per generazioni riesce molto naturale, benchè spesso, mi sembra, getti fumo negli occhi. La mia sembra essere più schiacciata da fenomeni esterni, grandi e inevitabili; ha meno capacità, o possibilità di crearsi, di inventare la propria felicità e la propria disperazione.

Allora, senza pensarci, e con qualche presunzione, ho disegnato la mappa dei sommersi e i salvati. Alcuni di loro li avevo visti, nei pochi giorni da che ero arrivato. Li avevo trovati immobili, beatamente, riconoscibili tutti e subito, e avevo la sensazione sgradevole che sarebbe stato lo stesso, se invece che pochi mesi fossi stato via per degli anni; o molto amari, e anche loro, per questo, rimasti uguali: ma se non altro con un'inquietudine. Ad altri ancora volevo dare fiducia; poi c'erano quelli lontani che mi ispiravano, e quelli vicini che non incontravo, e immaginavo camminare per strada, e credevo di riconoscere dalla schiena e dall'andatura.
Con mia sorpresa, e un certo sollievo, per tutti loro avrei avuto un abbraccio, di stima o d'affetto, di commozione o di simpatia o di pietà; un abbraccio che mi armava le braccia, e una curiosità toccante per il loro destino. E mi chiedo se sia, questo, se si possa chiamare un sentimento generazionale.

Ieri sera ho sfilato un po' con il rave, dietro agli Skiantos sul tir che faceva un breve percorso circolare dall'autostazione. C'erano perlopiù facce giovani, di nuovi arrivati a Bologna. Davanti al camion, in testa al corteo, Rosario Picciolo camminava malfermo, come drogato di qualche cosa; lì vicino, Monteventi faceva presenza, imbacuccato nel giaccone pesante, con la sua testa larga da montanaro e l'atteggiamento solerte del sindacalista corrotto.
Sul giornale di oggi si parla del rave, e c'è scritto che alla fine, nei paraggi della stazione, due stranieri hanno provato a stuprare una ragazza ubriaca. Mi sembra un'ottima sintesi di Bologna, dell'immagine che ho di Bologna. Una falsa minoranza di alternativi, che è in effetti una mafia locale e organizza eventi concepiti per aumentare i consumi di droghe; un balletto politico che finge di opporsi, o di sostenere con giusta causa questo mercato; una folla di giovani sciatti e incoscienti, di meno giovani abbruttiti e privi di fantasia; una razza di alieni che fuggono la miseria del loro pianeta, e arrivano a fare i carnefici, drogando e stuprando. Un limbo, uno scannatoio, un termometro esasperato dei tempi. Per me, per tutti i miei limiti, le paure e i pensieri, una trincea.

E' straziante, la bellezza di questa città. Lo strazio non smette di contenere poesia, e la poesia è buttata fuori continuamente dalla maestosità di provincia dell'architettura, coi suoi colori terragni e lo strato umido della nebbia padana. Dall'epica che ha questo posto, e dalla sua propensione a schernirla. Ma l'epica, e la poesia, vivono naturalmente nel tempo, o non vivono. E quell'orologio, come quello della stazione, si è fermato da molto tempo.

Dovrei editare un'operetta morale, ma non me la sento. C'è quasi tutta, sul mio quaderno -tranne il finale, che sarà apocalittico- -naturalmente, sarà apocalittico.
Piuttosto. All'aereoporto di Singapore, nella terrazza bar dove mi sono precipitato a fumare, pensavo che gli scali mi piacciono, specialmente nei posti esotici. Il posto esotico è lì a due passi, e sei chiuso nell'aereoporto, condannato a vagare come uno zombi tra le sue nonluogose vetrine. Sulla terrazza era molto umido; non male. Cercavo di indovinare qualcosa del posto, in base alle facce di quelli che lavoravano: ma era un esercizio un po' stupido. Ero un po' alticcio, per il vino ed il bourbon bevuto in aereo, e di Singapore non mi sarebbe rimasto nulla al di fuori di quel caldo umido, che impregnava un cielo violaceo e vagamente narcotico.
Invece -consiglio ai naviganti-, se dovete atterrare d'emergenza da qualche parte, abbiate cura di non farlo in Germania. Diciamo che il vostro aereo è diretto a Londra, e che a Londra, che strano, in quel momento c'è pioggia e nebbia. Se il pilota vi dice che ha intenzione di riparare su Francoforte, supplicatelo di riparare da un'altra parte -da qualunque altra parte, e perchè no a Singapore. Se atterrate sulla pista di Francoforte, e a Francoforte non aspettavano il vostro volo, rischiate di passare l'inferno. L'inferno ha l'aspetto di cinque ore chiuso dentro il velivolo, senza l'autorizzazione a sbarcare nè a ripartire. Dopo 24 ore di viaggio, la cosa potrebbe rendervi un po' nervosi. Potrebbe prendervi l'insano capriccio di andare in bagno a fumare, benchè sia proibito. Il vostro piano -dare due o tre boccate, spegnere la sigaretta e riporla nel suo pacchetto- sarebbe sventato da una hostess ligia al dovere, e questo dopo la prima, cauta boccata. L'autodifesa che pareva averla ammansita (-Sa com'è, la situazione mi rende nervoso-) sarebbe usata contro di voi con effetto immediato, e udreste la hostess spiegare al microfono che: -Ci rendiamo conto che la situazione vi rende nervosi, ma desideriamo informare i passeggeri che è assolutamente proibito fumare in aereo, compreso il bagno-. Ottenuta l'autorizzazione a sbarcare, e non ricevendo istruzioni, rischiereste di uscire dalla zona d'imbarco, preoccupati per il vostro bagaglio, e di non essere autorizzati a rientrarvi perchè sprovvisti di una carta d'imbarco da Francoforte. Al personale non importerebbe sapere che lo staff Qantas è dentro la zona d'imbarco, anche se vi hanno spiegato che per avere la carta d'imbarco dovete rivolgervi allo staff Qantas.
Per fortuna, ieri hanno aperto l'aereoporto low cost di Marsiglia, e quei signori di Francoforte la prenderanno tutti nel culo. Con rispetto parlando.
In Italia, la prima stranezza -la prima di una serie nutrita, sospetto- è il tilt spaziotemporale per cui alle prove di accesso al dottorato i candidati conoscono già i vincitori, e te li sanno indicare con precisione implacabile. Questa reversione del tempo mi preoccupa molto, e non mi piacerebbe sostenere di nuovo gli esami di maturità -parlando al contrario, per giunta-, o rimettermi in bocca i denti del giudizio -finiti nel mentre chissà dove.
Per fortuna -c'è sempre un per fortuna da spendere- già questa mattina il tempo aveva smesso di retrocedere, e se non altro si era fermato. L'ho capito perchè sul giornale parlavano della street rave parade di domani, con il sindaco che litiga con i centri sociali, i centri sociali che litigano col questore, il questore che litiga con il sindaco e quella spaziale testa di cazzo di Monteventi -cui volgo cari saluti- che si mette di mezzo. Questa scena, al millimetro, l'avevo vista nel mese di giugno. Il buono è che abbiamo una lunga estate davanti.
Conferma che il tempo si è temporaneamente fermato: in via D'Azeglio, le impellicciate, amenorreiche signore della Bologna bene raccoglievano firme contro il progetto della nuova moschea. Se scopassero un po' di più, con quelle loro vulve spampanate e avvizzite, si curerebbero meno della moschea. E dovrebbe occuparsene Allah, che mi dicono essere un buon amatore.
Questa mattina, inoltre, la consistenza dell'aria era greve, la luce era pallida e inconsistente e io guardavo i mammiferi dal vetro dell'aerobus, con un malessere collocato tra stomaco e nuca, per via dell'hang over. Poco presente a me stesso, e per ciò ben disposto al sorriso -anche se tutti i mammiferi, indistintamente, mi sembravano pazzi- sono andato all'aereoporto a recuperare il mio zaino. Era rimasto in ostaggio all'aereoporto di Francoforte; perchè sprovvisto, immagino, della carta d'imbarco.
(sull'aerobus ho iniziato a leggere Infinite Jest, che mi farà passare, per molto tempo, la voglia di scrivere)





A Melbourne ho passeggiato nella zona del porto. A un certo punto mi sono sentito stanco, e ho realizzato che camminavo da piu' di un'ora. La pioggia fitta del primo mattino era diventata una pioggia a singhiozzo, e adesso il sole spuntava pallido, indeciso, da un gruppo di nubi. Mi sono steso su una panchina di legno, molto piu' larga delle panchine italiane. Ogni tanto passava qualcuno di corsa, o in bici o a ritmo da passeggiata. Era un posto tranquillo. Le case a tre o quattro piani affacciavano sulla spiaggia, di fianco al lungo molo deserto. Un tipo a Sydney mi aveva mostrato il punto dove vorrebbe avere una casa, sulla baia, a due passi dal centro; ho pensato che mi sarebbe piaciuto abitare una di quelle case di fronte al porto. Il traghetto per la Tasmania era attraccato poco lontano; qualcuno mi aveva detto che non e' piu' in servizio. L'ho fissato, cosi' grosso e immobile sembrava un cetaceo morto di noia. Ero piu' stanco di quanto credessi, perche' mi sono addormentato sulla panchina, e quando mi sono svegliato era passata mezz'ora.
Sono passato all'ostello di fronte al Victoria Market. Uno dei due cugini italiani russava in salotto, avvolto in una coperta verde smeraldo. Non sapevo se li avrei ritrovati, e ricordavo che dovevano andare a Perth, o in un paese vicino a Perth, a lavorare in una fabbrica di aragoste. Dopo qualche minuto, l'italiano ha aperto gli occhi e mi ha visto: dalla faccia ho pensato che non mi riconoscesse, con i capelli corti e gli occhiali da sole. Ho tolto gli occhiali e fatto un mezzo sorriso. Ti avevo riconosciuto, ha detto. Ha chiesto a una belga bionda seduta di fianco chi lo avesse coperto mentre dormiva. Lei ha detto: George, e ha detto: Sara' innamorato di te. Ero preoccupato per mio cugino, ha detto lui ad entrambi, Stamattina alle sei non era ancora tornato. Mi ha chiesto del viaggio, gli ho descritto Sydney e Brisbane. Poi si e' ricordato una cosa: Abbiamo trovato il tuo cappello, ha detto, L'aveva addosso un coglione.

Questo e' un segno, decisamente. Quel cappello l'avevo dato per perso, sminuzzato e venduto come involtini nei ristoranti cinesi. E' rimasto qui ad aspettarmi. Non sono uno che crede ai segni, come non credo in Dio (fortuna sua che non esiste, o sarebbe sommerso da reclami e richieste di risarcimento) o nei grandi racconti o nell'amore universale. Ma oggi mi sono svegliato strano, e molti sanno il perche'. Diciamo allora che questo e' un segno.
Ditemi che significa.
Should I Stay or Should I Go (EDIT)
Pensierini desunti da mail, chat, passeggiate, vino (the piano has been drinking, not me).
-mi sento modalizzato, come direbbe un semiologo, sul potere e sul non volere (i semiologi meritano calci in faccia)
-gratitudine alla mia testa, che mi piace abbastanza, e al mio corpo forte e versatile, che lo porta in giro senza fargli troppo patire la carestia. entrambi resistono ai miei attacchi, ad esempio quelli a base di vino: il corpo si stanca, e dalla testa escono pulsioni brutali che smarcano il superio, e che non temo quanto forse dovrei (ma in fondo me ne compiaccio, si vede, no?). ma resistono. gratitudine.
-vivere per vivere, si puo' fare? e' giusto incamerare i dettami della progettualita'? senza chiamare in causa i bambini, e men che meno i selvaggi, trovo che la mia volonta' di essere/fare lo scrittore abbia, di sano, l'illusione di uscire dall'alienazione. non perche' non sarebbe un mestiere, ma perche' non puoi scrivere, non veramente, se non ne fai una questione di vita. vivi per scrivere: che non significa esattamente vivere per raccontarlo. se vivi per raccontarlo sei, che ne so, Kerouak. se lavori per raccontarlo sei boh, Kafka. (Kafka poteva fare lo squatter, se stava in ufficio e' perche' lo voleva). (mettete chi vi pare, in vece dei sopracitati, purche' inizino con la K). lo stesso, naturalmente, puo' dirsi dei musicisti. guarda caso, anche il piu' scassato di loro aspira, legittimamente, a "fare la vita da musicista". avrei anche fatto la vita del musicista, ma dovevo pensarci prima: e' che sono notoriamente lento di comprendonio. a quattordici anni ancora non mi accoppiavo, pur non avendo i brufoli. eppure non ho ritenuto di ovviare al problema imbracciando una Fender: e mi sono perso i vent'anni del musicista -adesso, presumo, starei con Kate Moss. a ventiquattro anni, fresco di laurea, non sono partito per l'india, o l'australia o qualche altro posto. il mio anno sabbatico d'ordinanza doveva reggersi su: prendere la patente; imparare a suonare piano, chitarra e sax (mettere su un gruppo, incidere, morire sparato da Andy Chapman fuori dall'hotel baglioni); scrivere un libro (pubblicare, scopare Melissa P e dire in giro che non sa fare i bocchini, dire in giro che Proust e' un mattone, pur ammettendo che non l'ho letto) (e giurare che non ho letto Nick Hornby, anche se sto scrivendo come uno dei suoi personaggi sfigati). a venticinque anni non ho dato dei soldi ad Alessandro Baricco perche' mi insegnasse ad essere uno scrittore. a ventisei anni -coetaneo di Travis Bickle, di Patrick Bateman, di John Keats quando e' morto- mi chiedo perche' ho tanta paura di scoprire che non sono Steve Winwood, o Bret Easton Ellis. cioe', lo so gia'. alla mia eta', Ellis pubblicava american psycho -il che significa che lo ha scritto prima. sapete uno che invidio? Morozzi. Gianluca. che guarda caso e' il Nicik Hornby nostrano. (dico nostrano ai lettori italiani, perche' mi si legge dagli usa, dall'inghilterra, dal canada, la spagna, l'australia, la francia, cipro, slovacchia e camera dei deputati). (lo dice shyny stat, per cui rompete poco i coglioni). si capisce che vorrei essere piu' Bret Easton Ellis che Gianluca Morozzi -che anche Nick Hornby. ma Morozzi ci campa, coi suoi libri leggeri e non scritti male. poi Morozzi l'ho conosciuto, Ellis no. (perche' no? guarda caso perche' ho paura).