Le vie dei Qantas

Antipatici antipodi (taccuino australiano)

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sabato, 30 settembre 2006

n+1 (aneddoto del buonumore)

Stamane ho preso un caffe' macchiato.

Embe'?

Niente. Solo, ho pensato che in oltre un mese dacche' son quaggiu' non avevo mai preso un caffe' macchiato. Il fatto e' che a casa lo prendo sempre macchiato. Mentre qui mi sono sempre accontentato dello short black, che tradotto significa "succedaneo del caffe' espresso". E perche'? Perche' non sapevo come chiedere un "caffe' macchiato". Uno dice: chiedi un coffee with milk, baluba che sei. Eh, no, belli di Artemide: perche' qui le milleeuna varieta' di caffe' le chiamano nei modi piu' astrusi -e per esempio, "latte" significa "latte macchiato". Non ci vorrebbe molto a scoprirlo, e' vero. Solo che io sono pigro. Ho questa forma di pigrizia mentale che mi trattiene dall'approfondire le cose, e mi riporta, implacabile, negli stessi giri di gesti e consumi acquisiti. Con risultati paradossali, talvolta. E dire che sarei anche una persona curiosa. Per esempio, mi cibo delle cose piu' strane e piu' pittoresche che trovo al mercato: le prendo dagli scaffali e le infilo in tasca, o nei casi peggiori le pago, senza punto chiedere o chiedermi di cosa si tratti -ho poi scoperto trattarsi di interiora di sudcoreani. Quanto al caffe', invece, sono andato avanti sei settimane contentandomi dello short black -che tradotto significa: "se vuoi un vero caffe' te ne torni in Italia". Ora, in realta' e' meno grave di quanto sembri. Al lavoro mi faccio quattro o cinque caffe' al giorno, e qualcun altro in ostello. Dacche' non mi capita spesso di entrare al bar e chiedere uno short black -che tradotto significa: "sempre meglio di una razza in un occhio". Tra l'altro e' piuttosto caro, e neanche poi cosi' buono -e questa rivelazione vi spiazza, lo so.

Poi stamane, senza alcuna ragione, sono sceso al bar e quando la cameriera mi ha offerto, insieme o al posto delle sue grazie, un saporito short black, le ho risposto d'istinto che non sapevo che farmene di un negro ipotrofico, e che volevo uno "short with milk". E lei (senza smettere di spogliarsi): -Oh, you mean a macchiato.

Gia'. Il caffe' macchiato si dice: macchiato.

Se fossi un noioso pedagogo vi direi la morale di questa favola. E invece, pure stimando poco o punto la vostra intelligenza -dico cosi' in generale, lo so che TU sei diverso-, lascero' che i postulati speculativi di questo piccolo conte philosophique vi lavorino in testa, in silenzio e con discrezione, fino a cambiare radicalmente le vostre vite. Poi, se volete, potete anche comunicarmi i referti epistemici nei commenti.

Vi do' giusto un indizio. Steve Irwin, per una volta, non c'entra. Dio, per quanto...

postato da: vannij alle ore 02:27 | link | commenti (5)
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giovedì, 28 settembre 2006

per cui bello di mamma, di fama e di sventura baciò la sua petrosa itaca ulisse

Avevo scritto cose lucide e grandi, iersera, nella penombra della mia stanza. Ragionando d'amore, di morte e di umanità. La vignettuzza qui sopra riassume perfettamente la scena, cappello compreso.

Ma ho dimenticato di travasare nella chiavetta, che avrei infilato alla bruttodio nel pc aziendale, e sparato di lì in rete come seme fecondo. E pazienza. Non si muore tutte le mattine -ma si dovrebbe.

Abluzioni da scrivania. Vado a farmi un altro caffè? No, perchè non ho voglia di imbastire discorsi. Penso al mare? Com'è profondo, il mare. Sai che non me lo ricordo più, il mare, mare, mare, avevo voglia di arrivare. Tutti i menestrelli felsinei hanno cantato il mare. Perchè non c'è, grazie al cazzo. Sempre si canta quel che non c'è. Se potessi avere mille lire al mese. Marco se n'è andato e non ritorna più. Voglia di cosce e di sigarette.

Se questo languore. Questa coltre di bruma; questa mestizia, così demodè, non mi seguisse ovunque. If I was an easy man I'd walking on sunshine (very nice, but maybe in the next life).  Se ci fosse un appiglio: una fede, un'ideologia, un amore-che-non-si-consuma. E non solo la droga, e la speranza che Mauro e Max tornino uniti e felici come ai bei tempi. Ricordatemi quanto noi tutti siamo semplici e orrendamente sfigati. Che non ha senso il pensiero, nè il dubbio, nè l'ambizione: finchè limoni. Se non limoni, tanto vale aspirare al silenzio, il silenzio bucolico delle piante; sognare la tua sparizione, e sparito guardare il mondo, beffardo, che si consuma ed invecchia, e muore, fagocitato dal sole. Sarebbe bello, se Max e Mauro potessero essere là, e cantare quel giorno. Ma si canta sempre quel che non c'è. E tu cantami, diva.

La finiamo qui? Eh, cosa dite, ci siamo martellati i coglioni abbastanza? Dai, la finiamo qui. Che riprendono le trasmissioni. E non è vero che siamo tristi. Siam solo vivi.

(ma ci passerà)

postato da: vannij alle ore 05:29 | link | commenti (7)
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martedì, 26 settembre 2006

Turbospleen e il Gioco della vita

Si familiarizza col posto. Succede, alla fine, anche ai casi di sociorepellenza ostinata.

Quando i luoghi sconosciuti sono familiari, calano gli stupori -quei borborigmi da frocetto inurbato, Oh, guarda qua, Ehi, anvedi un po' là- e si dissotterra lo spleen molto grungy del bazzicatore felsineo. Quell'abito della tua testa giovane che un giorno, come un vecchio giro di blues che avevi scordato, viene a prenderti nella sua nuova tinta sgargiante e ti fa scrivere come Enrico Brissi. Per cui smolliamolo, Vecchi, smettiamo quell'abito quanto prima.




Del resto, è pur vero che Melbourne fa un po' Bologna. Bologna più estrema e senza i portici. Ma c'è il maltempo, e la musica: e le velleità culturali. Metti una domenica tardoadolescenziale da queste parti -anche se hai fatto da poco 111 anni, festeggiato dall'interta Contea, e hai il sentore che è ora di andare. Ti trovi in mezzo ad un parco, in braghini corti. La scena è placida ai sensi. Le punk rocker sniffano colla; la gioventù sana gioca coi coccodrilli; il dirigibile Holden arde in cielo come un piccolo sole che scalda il cuore. Tu hai un nodo in gola, perchè ti senti sradicato e irrisolto, ma non veramente triste, la tristezza è autarchica, e tu vuoi far parte di questa scena, scaldato da questi due soli. 




E d'un tratto  ti senti spazzare via. Il vento arriva senza annunciarsi, scuro e violento. In cielo sono spuntate rocce, frastagliate e spumose, dove prima era solo il terso, e le rocce si frantumano e cadono giù, aizzate dal vento. Sei nel mezzo di una tempesta di grandine. Intorno non c'è frasca o pertugio in cui porre speranza. Sei solo, in braghini, sottostante il volere di un dioladro tiranno.

Poi, la sera, asciugate le membra, ti getti in una festa di strada, e il riff dolceamaro della calca, ed il vino, e l'ebbrezza e le risa accompagna i trilioni di note impazzite, che vengono fuori dai bassi, dalle chitarre, dai sax, in chiave punk e folk e free jazz, un disordine armonico, arlecchinesco. Soffia ancora quel vento freddo, ma adesso ci sono i corpi a pararne il lamento. Per qualche tempo, dimentichi quel nodo alla gola, e la fatica di vivere civilmente, con il lavoro, le relazioni, "ricordati di sorridere", "ti stimo molto";  quel sentimento di angosciante narcosi che ti fa dubitare, alle volte, di preferire questo alla vita delle scimmie allo zoo.




Quello che non c'è di Bologna è il sentore di violenza impazzita.
Leggo La Repubblica online e ci trovo scritto: ventiseienne sgozzato in casa sua.
Rileggo La Repubblica online, l'indomani, e ci trovo scritto: ventiseienne stuprata per ore da amici.
Anch'io ho ventisei anni, ma questo non c'entra.
Non c'entra neppure, o almeno non mi interessa, l'attitudine socio-terapeutica al problema. L'atteggiamento socio-paraculo di chi prova a spiegare com'è che quella città è divenuta la capitale italiana dello stupro -quello denunciato, almeno- e certo nella top five dei delitti "privati" -non mafiosi o politici, cioè.

Ma c'entra, può darsi, il senso di abbruttimento pervasivo e diffuso, la fobia da soffocamento sociale, lo sguardo plumbeo e appannato volto al futuro. A meno che siano seghe mentali. Forse mi confondo, m'immagino tutto. Del resto sono troppo coinvolto; ci sono nato, in quella città rossa e sempre più scura. E' un fatto che quando me la vedo davanti, sempre più spesso, fa buio pesto. E non quel tipo di buio ameno che porta lussuria e allegria.




Sentite questa, invece. Una tipa, qui, ha pregato il giornale di dare notizia delle nozze di platino dei suoi genitori. Settant'anni insieme, dieci figli, trenta pronipoti. Si sono sposati a Noto nell'ottobre del '36, dopo la fuitina.
Avevano quindici anni.
Gesù, Giuseppe e Maria. Si sono messi insieme da bambini. Va bene che nella Sicilia degli anni '30 si era molto meno bambini, ma insomma. Saranno stati anche loro abbastanza scemi, abbastanza non-so-un-cazzo-del-mondo-ma-va-bene-finchè-limono. E si sono presi per sempre. Immagino che avrebbero divorziato, se qualcosa fosse andato davvero storto, e quindi non sarà stato il peggiore dei castighi divini. Ecco cosa rispondono a chi gli domanda il segreto di un matrimonio longevo:

A tirar calci a ogni sasso ci si consuma le scarpe. Meglio portare la propria croce, senza lagnarsi e senza guardarsi indietro.

Roba da matti. Sono colmo di ammirazione e insieme di compassione. D'altronde potrei essere io, quello che "tira calci a ogni sasso". E chissà quanti tra voi. E se d'istinto mi vien da dire che le scarpe sono fatte per consumarsi, c'è anche caso che mi sfugga il senso profondo della metafora.  






Bonus Track




Avevo lasciato da parte, almanaccando le affinità -presuntuose e presunte- tra qui e "casa", ciò che citavo come "velleità culturali".
Sempre domenica scorsa, evento speciale alla sala Astor: 2001 in 70 mm con gli attori protagonisti in person. Suonava talmente bizzarro che sono voluto andarci, accompagnato dai torinesi cinefili, benchè "speciale" fosse anche il prezzo.

Non penserete che mi metta a parlare di "2001". No, vero?
Film a parte, l'esperienza mi ha lasciato due cose:

cosa A- ho intuito che i due vegliardi, al secolo Keir Dullea e Gary Lockwood, campano da anni alle spalle della buonanima di Stanley Kubrick, portando in giro il suo film e facendo pagare l'ira di Dio a quei baluba convinti, come il sottoscritto, che si tratti davvero di un "evento speciale". A conferma inappellabile: tra un tempo e l'altro, nei trentacinque minuti di intervallo, i due vecchi autografavano foto di scena vendute a 70 dollari (40 euro). La gente faceva la fila, entusiasta. Poi squittiva, riconoscendo Dullea seduto di fianco -Lockwood non lo riconosceva nessuno; ero tentato di fargli firmare un biglietto del tram, tanto per fargli piacere.

cosa B- due anni dopo aver recitato per Kubrick, Dullea ha inciso un disco di brani pop. Apripista è un pezzo incalzante dal titolo Butterfly is Free. Mi chiedo quanti altri al mondo ne siano al corrente. Quanti abbiano sentito Dullea cantare Butterfly is Free, dal vivo, doppiando il sè stesso di trentacinque anni prima. L'Infinito gli ha fatto male.

E non siate così banali da sogghignare pensando: Kubrick si rivolterà nella tomba. Non date retta al titolo di quel libro, e credetemi: la morte è la fine. Per fortuna. E quindi nessuno si può rivoltare nella tomba. Bisogna rivoltare la tomba stessa.


postato da: vannij alle ore 04:43 | link | commenti (3)
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postato da: vannij alle ore 02:19 | link | commenti
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venerdì, 22 settembre 2006

Breaking News

 

Al lavoro non c'è niente da fare. Non posso chattare con le porcelle mie connazionali perchè il dominio è bannato. Se anche si desse il caso, la mia laidità deve levarsi il sonno dagli occhi. Così divaghiamo.

Ieri sera ho avuto un simposio con certa gente del posto. Esaurite le barzellette sui carabinieri, e quelle sugli irlandesi, ho detto quella dello psicanalista e la lampadina. La sapevano già.

Alle sette di stamattina, in ostello, un tizio ascoltava Pulp Fiction. Non la colonna sonora, il film. Buttato sul divano, con gli occhi fissi sul monitor spento, mentre il dvd mandava la pista audio. Il cammino dell'uomo timorato.

Venendo in qua, ho comprato l'orologio di Mao. E' un bell'arnese, che vendono in una chincaglieria in Brunswick Street. La stella rossa scandisce i secondi. Il braccio mobile saluta la folla. E sono le undici e sei minuti. In nome di Mao ti espello.

 

E insomma, c'è un che di strano nell'aere. Come se...cioè, come se avessero rimandato il supremo Giudizio, qualcosa del genere. Come se fosse stato fissato per ieri, a nostra stolta insaputa, e alla fine non se ne sia fatto più nulla. Non so che dire. Vedrò le cose più lucidamente dopo un altro caffè.

A parte questo, la stagista dell'IIC ha una faccia che fa un po'  Manara. Davvero. Non è un mero pretesto per la vignetta qui sotto.

Gigantesco, Manara. E allora daje.

E insomma, oggi gira così. Fancazzismo in puro stile preraffaelita. Generazione random di sfarfallii blogghettari.

E' tempo di ritornare alla coscienza etica. Now. E di un certo livello.

postato da: vannij alle ore 03:40 | link | commenti (3)
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giovedì, 21 settembre 2006

I pugni in pasta

E finalmente ho visto i film di Bellocchio alla cineteca locale, dopo averne parlato a mezzo stampa e via etere.
Si conferma, ce ne fosse bisogno, che quell’uomo è un grande modello di e(ste)tica. Mi rivedo con commozione al Lido, giovane ma non sprovveduto, spendermi per la sua causa persa davanti al pubblico di Marzullo.


("E per la coppa Volpi il mio candidato è...")

Nei Pugni in tasca, ad esempio, a parte la storia della morale-che-è-questione-di-stile (e qui Bellocchio strizza un po' tutto lo strizzabile ai cugini francesi) c’è una frase che vorrei aver detto io. Meglio: che vorrei fosse detta parlando di me.
Ed è: “per sognare, per esaltarsi, ha bisogno che le cose intorno filino, che le persone siano a posto”.
Dice così più o meno. Dico io: esatto.
Il fatto è che la vita è complicata. La burocrazia della vita.
Con ciò intendo uno stato dell'anima, o meglio, un cassetto della scrivania della mente. Ha a che fare talvolta con i moduli e le scartoffie, tal altra con lo star dietro a sè stessi.
Una gran fatica. E figuriamoci allora star dietro agli altri.

 

E un’altra frase, detta dal personaggio di cui si parla: “ho tutta questa energia dentro, ma cosa ci faccio?”.
Risposta: “C’è un sacco di roba da fare, sistemare il solaio, pulire la casa…”.
Sempre più o meno.
Se quel guerrier io fossi -quel personaggio, dico- aggiungerei pure: “perché la gente, e le cose, non mi aiutano a diventare un’artista?”
Cioè: perché la creatività ha smesso di organizzarsi? E se si organizza, perché non mi invita?
La verità -o un suo opaco barlume- è che per fare una sintesi al modo dei Pugni in tasca bisogna staccarsi dalla decifrazione minuta di quella che passa, volpinamente, per La Realtà.
Ad esempio, il lavoro d’ufficio diventa esso stesso Realtà.
Accade presto, perché è un lavoro monotono e per la sua densità limacciosa.
E se in rari casi vale la pena di decifrarlo per farne una sintesi, o anche un’esposizione più didascalica, di solito non ne vale la pena, e basterebbe rifarsi a Marx e ai suoi pochi validi aggiornamenti -tipo Debord, accidenti; tipo Debord. Resterebbe poco da dire, ma molti, anche molti “temperamenti artistici” si persuadono di poterci spremere altro.
Qualcosa di più interessante della più pura e prosaica delle alienazioni.




Stando così le cose, benedetta sia la Tragedia.
L'alienazione da ufficio e da burocrazia non è tragica, e per giunta sopisce il sentire tragico.
In un certo senso, è come se matricidi, infanticidi, genocidi e quant’altro che ci salutano dai giornali volessero ridestarci dal nostro letargo, e risvegliare la potenza tragica che è dentro di noi. Ti annoi, lì a casa? E leggi qua: pincopallo sgozza la madre/ il padre/il figlio/il nipote. Non tieni famiglia, ma lo stesso ti annoi, lì in ufficio? E leggi qua: aereo fatto schiantare su un grattacielo.
Eppure, anche questo ha ben poco di tragico. Sarò arido, che devo dirvi, ma i pianti in diretta dei padri/ le madri/ i figli/ i nipoti dell'11-9 non mi smuovono nulla.
E dei trilioni di pagine di giornale, ben poche valevano il tempo della lettura.
Perchè l'11-9 assurga nelle coscienze al rango di tragedia moderna, deve essere raccontata in modo sintetico. Non nego che ci sia chi lo ha fatto, ma purtroppo lo ha fatto in mezzo a un oceano di chiacchiere, di analisi minuziose, di descrizioni: perchè oggigiorno bisogna vedere e sentire tutto, no?
Ma questa è un po' come la mappa del mondo in scala 1/1.
Mentre la tragedia, con la sua brava catarsi, svicola dall'illustrazione.

Poi ci lamentiamo del plastico della villetta di Cogne: ma lasciamo che siano Vespa e Costanzo, due uomini indegni di pulire il culo al cane di Stalin, a gestire l’informazione-spettacolo su quel caso.
Giuda ballerino. Qualcuno più acuto di me faccia un’operazione di sintesi, se ne è capace.
Invece plaudiamo quel ciccione di Michael Moore, che è al massimo un bravo compilatore di appendici e riassunti da sussidiario.

(però fate conto che non ho visto neppure Elephant, un po’ scettico nonostante le osanna).

(A proposito, vorrei vedere il lavoro di Guido Chiesa su Novi Ligure. L'ho sentito parlarne per un paio d’ore, e scommetterei un grappino che è la sua cosa migliore).

E insomma, ragazzi, Sintesi!, è la parola d’ordine. Non come me.


("Sarò breve e circonciso")



Fistfuck you!

 Ma il caso di Anna Nicole Smith si presta più al melodramma che non alla sintesi.
La signora -lo dico per gli astronauti di ritorno da Giove- è quella playmate che dieci anni fa, venticinquenne, ha sposato un miliardario texano di novant’anni, deceduto sei mesi dopo ma in tempo per intestarle l’intero suo patrimonio.

Da allora, ho discusso a lungo del caso Smith con i cari più cari; sostenendo in pieno la transazione, poiché mi chiedevo: cosa mai potrà fare, un miliardario piscione attorniato da parenti serpenti, meglio che pagarsi una dolce morte tra le curve di una bionda giunonica? Quanto a lei, quale impiego più angelico, ancorché interessato, per le sue curve giunoniche? A che cavolo servono bellezza e ricchezza, se non a copulare sfrenatamente tra loro?


Un parere che sottoscrivo tutt’ora. Salvo l’ingenuità che ho commesso nel trascurare la ritorsione -perché invero di mafia non me ne intendo.
La ritorsione è arrivata, dopo anni di controversie legali tra la Giunone e i biforcuti congiunti del miliardario.
Il figlio ventenne della playmate è defunto al talamo della madre, in ospedale, con un secondo marmocchio appena sfornato. Ha preso a vomitare sangue ed è morto; spontaneamente, pare.
Ho subito pensato che questa storia è perfetta per un noir anni ’40/'50.
Altro che Irwin, Ratzinger e stronzate varie: questa è la cronaca che strizza l’occhio agli sceneggiatori.
Nel ruolo di Anna Nicole Smith? Un’imbruttita Charlize Theron o una ringalluzzita Sharon Stone, così su due piedi.
Ma che tristezza. Che fantasia sterile.




 
Anyway. Di Bellocchio c’era anche L’ora di religione. Altro capolavoro ed esempio di sintesi ineccepibile, che tuttavia mi tocca un po’ meno, non essendo la mia laicità mai stata oggetto di discussione. Più che altro, è molto più comico di quanto ricordavo.

Frase cult, e assai pertinente: “Devo andare”.



 

  
postato da: vannij alle ore 07:11 | link | commenti (3)
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lunedì, 18 settembre 2006

Gabba Gabba Hey!

Ho passato un week end cupo, a riflettere sulle mie deficienze sociali.
Il mio rating mondano è in picchiata, da queste parti.
E’ pur vero che a Bologna mi stavano quasi tutti sul culo, e pure uscendo e ubriacandomi quasi tutte le sere rincasavo con le pive nel sacco e i coglioni frullati. Questo la dice lunga; come quando al tavolo verde non riesci a capire chi è il pollo.
Anche il mio rating di socievolezza è in picchiata, e si avvicina alla quota dei personaggi nerd di Houellebecq. Colpa di un'indole fiera e di un carattere timido e schivo. 
Di fatto, non mi piace quasi nessuno.  
Fossi almeno provvisto di fascino, potrei ambire ad una claque adorante, fatta di scribacchini maldestri e di groupies discinte. Ma si vede che non sono il tipo che migliora invecchiando -alla Sean Connery, tipo-, e il mio rating di fascino è passato da scarso a scarsissimo. Non lo dico io, lo dicono le statistiche.



Pure, ogni tanto bisogna mettere il becco fuori; anche sapendo che finirai per rimpiangere il tepore della tua tana, dove la nullità cosmica del tuo pensiero non deve incontrarsi con quella altrui, e scambiare notizie sul nulla -nella blanda speranza di copulare, perchè infine è lì che torna sempre il pensiero, quel babbeo troglodita.

Così, bypassando le barriere linguistiche -e relative occasioni mondane-, ho acquisito la deleteria abitudine di bazzicare un sito di italian trippers. Un covo di simpatia, vi assicuro.
Ho fatto così conoscenza del già citato Zio Fester. E l’altra sera, io e lo Zio siamo andati a conoscere la Ragazza X, anche lei bazzicatrice del sito.
A dirla tutta, avevo anche invitato due romane coattissime intervistate nel pomeriggio -parte integrante della delegazione della Sapienza, nel ruolo delle “due hostess fatte passare per studentesse”. Non sono venute.
(da scarso a scarsissimo, ricordate)
L’incontro con la Ragazza X si preannunciava malissimo, soprattutto per lei. Ma anche a me l’idea di competere con lo Zio, rivelatosi quale un cazzone dei più mefitici, non faceva per niente. Lo Zio è il tipo d’uomo che s’intromette nelle chiacchiere altrui, per dire cose che non c’entrano un palo. Lo fa con questo ghigno stampato, che t’impedisce di mandarlo a far bene. E poi la Ragazza X non era il mio tipo.
Purtroppo, la sera si è trascinata altre cinque ore, in due o tre topaie assordanti di Brunswick Street, incamerando zilioni di decibel e lasciandoci dollaroni fumanti -e badate, “topaia” è polisemia intenzionale. 

L'unica cosa buona, l’alba sulla via del ritorno.
E questo la dice lunga sul rating, il fascino e la socievolezza. Cip cip.



 Poi oggi, sul lungofiume, pensavo che quanto a fascino c’è un pacco di gente che non arriva neppure a “scarsissimo”, totalizzando al massimo “infimo”.
Lungi dal consolarmi, questa illuminazione -che la mediocrità non ha fine, che la piramide è lunga e stretta- ha contribuito ad abbattermi.
La scena non aiutava: il lungofiume era malinconico ed imbrunito.
Decisamente non era giorno da ricordare; e del resto non sono capace di vivere per raccontarlo.

In compenso, a dimostrazione che la commedia non è mai tragica, la vita sola è tragica, mentre rimuginavo ho incrociato una truppa di tetraplegici che faceva il suo jogging domenicale.


Hey, Ho, Let's Go!


Ma a voi, giustamente, delle mie seghe non può fregare di meno, e se c’è modo di ripagare il disturbo di passare di qua, questo è solo la lista dei reperti etnografici.
E allora:

Bagni pubblici

Ce n’è un botto, tanto per cominciare. Poi, quando si chiude la porta automatica parte una musichina da sala d’attesa, concepita probabilmente per allietare i momenti più duri. Infine, un vero colpo di genio: il pulsante dello sciacquone è lo stesso che riapre la porta automatica. Come dire: non è che non ci fidiamo, e d’altra parte se vuoi convivere con i tuoi escrementi fa pure.



Maresciallo Rock

Il concerto settimanale al mercato vedeva di scena la soul band della polizia del Victoria. Ho pensato all’equivalente nostrano, con l’appuntato Zappalà al sax tenore e la Arcuri corista.

Cassieri

Al supermercato, i cassieri sono tenuti a imbustare la merce, con un raffinato congegno meccanico che li avverte quando il peso è off limits -e allora, pensate, cambiano busta. E’ un sistema eccellente per risparmiare ai clienti il quesito amletico: -Vuole una busta?-, cui almeno una volta, ne sono certo, siete stati tentati di replicare: -No, grazie, venticinque prodotti li porto a casa anche a mano

Spina biforcuta

Al mercatino dei libri dello Ian Potter Centre, una donna grinzosa espone i suoi libri sulla SBO, la spina bifida occulta. A suo dire -e probabilmente ha ragione, non farò il moccioso saccente- forme lievi di spina bifida non si manifestano che a seguito di analisi approfondite -come nel caso suo, dopo un incidente- e tuttavia possono complicare la vita. Mi ha mostrato orgogliosa il carteggio che ha avuto col premier, per metterlo a parte di questa piaga sanitaria chissà perché trascurata. Mi ha chiesto anche se avevo problemi alla schiena. Non ne ho.
-Eh, non ancora: ma attento, che la vita è imprevedibile-




Figli di troia

 In ostello mi sono state trafugate cibarie. Una via l’altra: un mango, un vasetto di salsa tartara, zucchero. Se becco quel figlio di una madonna inculata, giuro che gli spolpo le falangi. Anche quelle dei piedi, che non si sa mai. Gli ossicini saranno usati come stuzzicadenti.
E io me la portai al fiume

Il mood riflessivo ha chiesto una passeggiata di dieci chilometri sul lungo-Yarra. Molti ciclisti dai quadricipiti femorali guizzanti; qualche podista volonteroso; pareti da arrampicata sotto la freeway; bel panorama. Come diceva la Lonely Planet, parlando però di Venezia, il segreto è camminare, Gente

Che parte da Che Guevara e arriva fino a madre Teresa

Fed Square è il trionfo del meltin’ potta. Tanto per cominciare, c’era il Festival dell’Indonesia. Poi, di fianco, l’expo chiamata Earth from Above,  naturalmente una pippa di ambientalisti. Nondimeno, certe foto mozzavano il fiato. Quella di Venezia, ad esempio.

All you need is Nimesulide

Una ragazza di età indefinita si guarda intorno curiosa tra le gigantografie. Ha un viso angelico e malizioso, avvolto dai lunghi capelli scuri. Indossa una maglia verde smeraldo, un foulard viola e un paio di jeans slavati, che le stringono i fianchi materni. Negli occhi ha un'agilità ballerina, come frenata dalle braccia conserte -un riserbo eccitante.
Sta con un gruppo di nativi. Che ci fa insieme a loro?

Nel mentre, una freakettona sfoglia sciattamente il catalogo della mostra. Lo fa senza alcun interesse, maneggiando il volume alla bruttodio e aprendo pagine a caso, rapidamente, mimando una fretta che chiaramente non ha. Ho voglia di prenderla a pugni.

Giro giro tondo 

Al Casinò.
Ci sono troppe luci di plastica, troppi occhi a mandorla e troppe manovre (dove cambiare i soldi; qual è il taglio minimo; cos’è quella carta magnetica che infilano nelle slot) perché sia invogliato a giocare. Ma gli altri ci danno dentro: cinquanta o cento dollari a botta sulle uscite meno probabili, montagne di grana nella stanza del poker. Dovrei passarci ubriaco per dondolarmi un po’ in giro. La maggior parte del personale è oscenamente giovane: ma è improponibile, un croupier senza un pelo in volto. La divisa è ridicola: coroncine stampate sulla stoffa stretta del gilet rosso e blu.
E’ la più grande sala da gioco dell’emisfero sud, secondo la guida; la terza nel mondo.




 
postato da: vannij alle ore 03:43 | link | commenti (10)
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venerdì, 15 settembre 2006

Deplorevole scontro di civiltà

Riprendiamo l’appassionante saga “Razzismo bipartisan”.
Questa volta le telemandorle sono esenti.
E’ uno scontro frontale tra Italia ed Australia.
E senza sbusonate in area avversaria, a sto giro.





Bestiario

Scende in campo, a perorare l’odio australiano, un periodico che porta il nome di Zoo.




Qualche finocchietto di Amnesty eccepirà che è scorretto, sul piano del metodo, odiare l’Australia sulla base di una rivista.
Giusto. Se la critica non venisse da un finocchietto di Amnesty, giuro che rivedrei seriamente i miei metodi.
Ugualmente, dirò che il mondo -diciamo il consorzio umano, meglio- si giudica eccome dalla sua stampa. In Messico, un quotidiano pubblica in prima pagina, in grande formato e a colori, foto di corpi decapitati. In Inghilterra pubblicano il carteggio segreto sui bocchini del principe Sventolino al suo maggiordomo. In Italia fanno tenere rubriche a Bruno Vespa.
(ok, questa era troppo facile)
E in Australia hanno Zoo.
Non m’improvviso antropologo. Vi dico solo cosa c’è dentro Zoo, e voi tirate le somme/le cuoia/i remi in barca,

Copertina: figona bionda svestita del Grande Fratello australiano. Titolo: “Holy cheese, it’s…Bree”.
Holy cheese? Si tratterà di un’espressione idiomatica. Cioè, non vorrà dire letteralmente “santo formaggio”. A meno che non si tratti di un calembour sul nome della ragazza, che si pronuncia uguale al celebre formaggio francese. Andiamo avanti

Pp. 6/7: grandi foto di schianto aereo. In una foto, c’è una vignetta che origina dall’aereo, precisamente dalla sua parte anteriore: da stabilire se attribuita ai piloti o al velivolo stesso.
La vignetta dice: “We may experience some turbulence ahead”.
Nella foto seguente, l’aereo si schianta contro una torre di pilotaggio




Pp. 8/13: fighe svestite

 Pp. 14/15: un ragazzo che somiglia a Pete Doherty, però sfigato, gioca con un grosso serpente. Segno che il destino tragico di Steve Irwin non li ha fermati.

E qui mi permetto, in via eccezionale, un saltello nel paratesto.
E’ una nota locale che presumo non sia arrivata in Italia.
Dalla morte del mitico “crocodile”, un bel po’ di razze sono state trovate morte sulle spiagge del Queensland. Morte e amputate di coda. Le autorità sospettano, con buona ragione, che si tratti di una vendetta verso la specie animale colpevole -tutte uguali, ste razze!- della scomparsa del magico Steve.
Gli australiani amano la natura. Finché sta lontana dai naturisti.
Non si creda, naturalmente, che se ne vadano tutti a caccia di razze -peraltro l’avevo preconizzato in un post precedente: qualche grazioso si vada a rileggere gli ultimi scritti, e mi faccia sapere dove.
Tuttavia, quei pochi sono così deficienti da alzare notevolmente la media di deficienza di tutto il paese. Ma ora basta, non vi voglio influenzare.



 Pp. 22/24: figa svestita. E’ identica alla conduttrice della Prova del cuoco, di cui ora mi sfugge il nome; ma apprendo dall’irreprensibile Zoo che si tratta invece di concorrente del format Survivor. E se è sopravvissuta lei…
 Pp. 27 (occhio a questa). “Face tumor”. L’immagine di un vietnamita ventenne affetto da tumore incurabile dove vi dice il titolo. Faccio fatica a descriverla. Al posto del volto c’è una specie di palla da rugby, senza più naso né bocca, con una specie di cratere biancastro nel mezzo. L’epidermide è color melanzana. Gli occhi si intravedono appena, due fessure ormai spente e incapaci perfino del pianto. Potrebbe anche trattarsi di un fake. Ad ogni modo, la didascalia dice che la gente del suo villaggio lo ha preso per la reincarnazione del dio Ganesh. Mentre io avevo preso i lettori di Zoo per la reincarnazione dello scemo del villaggio.

Pp. 33: concorso fotografico rivolto ai lettori. Si chiedono stranezze e simpaticherie. Vincitrice è l’immagine di una buick dal bagagliaio seminato di ghiaccio, da cui spunta qualche bottiglia di birra che due robusti australiani, chissà perché divertiti, suggono tra rutti e scoregge.
Seconda classificata, e mirabile esempio di autoironia nazionale, è la foto di Steve Irwin in tuta da sub, la bocca aperta in un’espressione terrorizzata -o forse si è appena fatto una birra- e dietro di lui le fauci assassine di un coccodrillo, infinitamente più grandi.
Fidatevi, che fa ridere.
Terza classificata, l’immagine di un aereo in volo minacciato dalle Twin Towers, svettanti e provviste per l’occasione di potenti reattori. Soprattutto, integre. E’ un esempio iconico della teoria pirandelliana nota come “sentimento del contrario”, o dell’adagio berlusconiano catalogato alla voce “ribaltamento della realtà”. Duchamp sarebbe colpito.

Pp. 34/35: la cosa migliore di Zoo. Senza ironia. E’ un servizio sulle dieci gang criminali più pericolose del mondo. Al primo posto, curiosoni che siete, si piazza ovviamente Mara Salvatrucha, il gruppo rivoluzionario di El Salvador integralmente passato al narcotraffico e al controllo territoriale; quello che per entrarci devi sgozzare una donna afroamericana -ma vi potete scaricare il modulo di autocertificazione. Unico neo, non sono esplicati i parametri di giudizio: a parte i ragazzi di El Salvador, di cui sono in pochi a mettere in discussione il primato, non ci è dato sapere su quali basi -più che approssimative- troviamo i Dardies (Giamaica) sul podio d’argento e i The Nations (Chicago) su quello di bronzo.  




E possiamo piantarla qui.




Stupidario

Per la causa del razzismo italiano si spende invece la mia serata trascorsa all'Istituto Italiano della Cultura.





Un'anziana collega andava a incontare la delegazione dell'Università La Sapienza, ed io mi sono attaccato alle sue sottane -nel senso che mi sono aggregato, razza di giuggioloni- nella speranza di arruffianarmi la direttrice dell'Istituto.
Cosa ha spinto i togati accademici a Melbourne? Quale traguardo scientifico avvinceva le sponde transoceaniche? Ero molto curioso.
C'era un gruppo nutrito di professori, più due hostess fatte passare per studentesse.

Programma della serata:

Conferenza del professor Piripacchio, economista di grido, sull'Unione Europea. "Per gli australiani sarà molto interessante conoscere questa realtà", ha detto nel suo cappello iniziale. Eh, già. Sarà interessante scoprire che non solo c'è una cosa chiamata Europa, in un'area sperduta del mappamondo downunder, ma addirittura che questa Europa è unita, grazie a una serie di accordi stipulati dal '50 in avanti. Certo che non si finisce mai di imparare.




Purtroppo, da europeo spocchiosetto, ho iniziato ad annoiarmi quando il prof. Piripacchio spiegava cosa si intende per Benelux (eh, il fascino delle lingue morte).
Nondimeno, le mie orecchie lo hanno sentito dire, qualche eone più tardi, che "contrariamente a quanto si dice e si scrive, negli ultimi anni l'occupazione in Italia è cresciuta".
Voleva dire, immagino, che crescerà, in seguito alla misteriosa scomparsa di una delegazione della Sapienza, vista l'ultima volta penzolare dal ponte sul fiume Yarra. 
Due razze -sempre loro- saranno giudicate colpevoli del delitto, e condannate a pregare con la coda rivolta alla Mecca su un tappetino a forma di Steve Irwin.





Ancora sconvolto dalle rivelazioni del prof. Piripacchio, l'uditorio è stato poi sottoposto ad un film.
Trattavasi di un documentario amatoriale di novanta minuti su: La comunità molfettana in Australia.
Il prof. Favagrossa ha annunciato con giusto orgoglio la proiezione di questa gemma d'archivio.
La platea rumoreggiava con gli occhi.
In quello sguardo potevi leggere quanto segue -traduco letteralmente, adattando le espressioni idiomatiche:

Ma testa di minchia che sei.
Vieni in Australia che è pieno di italiani.
Vieni a Melbourne che c'è metà degli italiani d'Australia.
Vieni all'Istituto Italiano della Cultura, e a sto punto ci dovresti arrivare da solo.
I molfettani d'Australia ce li hai davanti, in senso lato ma forse anche proprio.
E metti su Alberto Sordi. Metti Edwige Fenech sotto la doccia. Ma metti pure Maria De Filippi. Qualsiasi cosa, qualsiasi nell'universo, anche una scoreggina, darebbe più senso alla tua presenza qui, questa sera, del documentario sui molfettani d'Australia.
(e dove cazzo sei andato a pescarlo, poi?)
Vedi qual è il tuo problema, abitante dell'Italietta?
Il problema è che vuoi fare il furbo, farti un viaggio in Australia pagato dalla Sapienza, e cioè da quei fessi dei contribuenti tuoi connazionali.
Vuoi fare il furbo, ma in effetti sei scemo.
Anzi. Sei tutt'e due. Cioè, tu, Favagrossa, sei solo scemo, e probabilmente impotente, ma l' "italiano", considerato come un archetipo, riesce ad essere le due cose insieme, e questa oscena mistura lo condanna ad un ruolo grottesco nel mondo.
Lasciamo stare la mezzora di ritardo. Lasciamo stare la conferenza sull'Unione Europea, un pretesto patetico che quantomeno è costato un'oretta di tempo al prof. Piripacchio, sottraendolo
ai suoi film pornografici a base di zoofilia, fisting e coprofagia.
Ti giuro che cerco di non essere solito: cioè lagnarmi a nastro del mio paese, salvo esaltarlo quando è un forestiero a eccepire. A volte ci casco.
A volte. Ma questa volta è diverso. Perchè la tua scema furbizia è qualcosa che fa ribrezzo. Piglia su i molfettani d'Australia e vai a buttarti dalla torre Rialto, Favagrossa. Fatti un sushi da qualche parte, che costa poco e ti leva quell'alito marcio, e vai a giocare con i coccodrilli. Lo fanno tutti, qui. E' divertente. Prova.


Triplo fischio dell'arbitro.
Parità.



...e invece

Eh, invece.
Quanto sopra scrivevo ier sera, nel tepore della mia solitudine, di rientro da quell'osceno teatrino.
Senonchè, più tardi sono uscito con un tale che si fa chiamare Zio Fester, pur avendo i capelli e una faccia invero più da nipote che non da zio (contento lui).
Con Zio Fester, che è un meneghino neofita ed entusiasta di queste lande, e della stessa vita (gli passerà) siamo andati a ubriacarci al pub. I fumi scarlatti ci inebriavano, le strobo ci trasfiguravano in maschere demoniache, le squinzie lussureggiavano intorno, come in un sabba.
Poi, abbiamo fatto la conoscenza di due australiani ubriachi.
Il primo fa il musicista. Suona metal ma è sputato a Dave Gahan, e ciò spiega perchè a trentadue anni non ha ancora sfondato, se non qualche sedia in testa a qualcuno.
Ma Dave è a postissimo se comparato al secondo.
Signori e strappone, un naziskin australiano. Eccessivo, inaudito. Frutto di un parto lisergico di qualche esaltato -sapete, buco dell'ozono, steve irwin, meat pie: ce n'è di che uscir di senno.
Tatuato dalla testa di cazzo ai piedi di porco: serigrafie di Adolf Hitler, svastiche technicolor, acquile e croci celtiche, le scritte "Seig Heil" e "Christine I love you" -le solite cose da naziskin.
Non ci ha risparmiato alcuno dei suoi tatuaggi. Ogni trenta secondi si scopriva da qualche parte, e con far malizioso ci invitava a guardare -ma con discrezione, per carità. Ci ha mostrato il carrarmatino che aveva nella tasca del bomber. Ci ha detto che il nonno di una sua ex fidanzata spagnola era nelle SS. Blaterava di mitraglie Beretta e di Pax romana.
E quanto di più patetico, si vedeva lontano una yarda che era più buono del pane, e se stimolato a dovere sarebbe cascato in terra a piangere come un cencio le sue disgrazie.




Datemi atto. Questo riapriva la gara, e decretava la netta vittoria del razzismo sugli australiani.
Lo so, sembra la solita, furba meschineria da italiano. Sembra che mi ruzzolo in aerea per farmi dare il rigore.
Può darsi. Non so. Ma se fosse, gli australiani sono già abituati.

Al massimo se la prenderanno con la terna arbitrale -interamente composta di razze del Queensland.





So what

Ebbro per la vittoria -quanto poco bipartisan, me meschino- sono andato al lavoro stamane saltellando come un idiota per le arterie di Melbourne, fischiando dietro alle giapponesi e sparandomi in cuffia la sgallettata Rock Dj

-Rock Dj? Ma dici sul serio?

Datemi pure del frocio, dell'ebreo nazi con gli occhi a mandorla o del membro di una delegazione dell'università la sapienza. Resta il fatto che I've got so much live running through my veins, voi non so.
Perchè poi possieda un disco di Robbie Williams è tutt'altra storia, che pochi sanno e non osano dire.




P.S. Risentita Kids are alright, ho stabilito che Kylie è più mascolina di Robbie. Robbie è un frocio perso sul serio, di certo ha lasciato i Take That perchè Gary lo brutalizzava ogni sera nel camerino, e lui ha scoperto che gli piaceva. Non sto dicendo che Kylie sia mascolina, intendiamoci -per quanto adesso, dopo il cancro alle tette...Sto dicendo che è più mascolina di lui.
Amen. Good morning mates.




Update


Vai con Dio. Uno qualunque.

Apprendo ora della morte di Oriana Fallaci.
Una donna forte, minata dal "male incurabile" che pure ha domato per anni.
Ma il ritorno in tv di Santoro le ha dato il colpo di grazia.
Da un lancio d'agenzia Adnkronos:

Nella sua ultima invettiva, lo scorso 30 maggio 2006, la scrittrice ha attaccato un po' tutti. Romano Prodi e Silvio Berlusconi, liquidati come ''due fottuti idioti''; gli immigranti messicani che manifestano con le bandiere del proprio paese (''mi disgustano''); per il presidente venezuelano Ugo Chavez (''mamma mia''); per Federico Fellini, di cui non ricorda l'intervista ma che non le piace; per l'olio di oliva fatto in New Jersey.

Beh. Una che riesce a odiare l'olio d'oliva fatto in New Jersey denota almeno una spiccata personalità.
Di mio, mi limito a rilevare che il titolo del post, edito tre ore fa e all'oscuro di tutto, è quantomeno appropriato. Comunque la si voglia intendere.


 

("molta gente ha paura di dire quello che pensa, cioè quello che dico io")
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giovedì, 14 settembre 2006

Bevete più latte

Sentite.
Ieri ho appreso molto su questo paese, e semplicemente posando le chiappe sulla poltrona di un cine.
E’ anche vero che mi è toccato prendere un treno per farlo.
Fido che un giorno qualcheduno persuaderà gli australiani della bontà della metro. Magari parlando delle bombe di Londra:
-Pensate. Se la jihad vuole già colpire qui a Melbourne, cosa direbbero se ci fosse la metro?
-That’s fucking true, mate
-Andrebbero in brodo di giuggiole, come minimo
-You’re fucking brilliant, mate
-A proposito, mi offri mica da bere?




 
Peraltro in questo cinema sito a Culonia -quartiere ameno di Melbourne- domenica prossima fanno 2001: Odissea nello spazio nell’immensità dei 70 mm in cui s’annega il pensier mio.
Ma aspettate. Presenzieranno l’evento Gary Lockwood e Keir Dullea in person.

Gesù inchiodato, rendetevi conto: quei due sono ancora vivi.

Che se ben ricordo, poi, uno dei due aveva passato Giove e l’Infinito reincarnandosi in un feto gigante, oppure in un monolite, e l’altro era morto per asfissia, ma all’ultimo nanosecondo si era messo insieme a una scimmia -una scimmia maschio, preciso-, e quando il rapporto era andato in frantumi la scimmia gli aveva spaccato la testa con una tibia, dacché in pratica era morto due volte, in una di quelle sequenze ermetiche e alogiche cui Kubrick ci ha abituati.

Cosa ci racconteranno, i due spassosi vegliardi?



Il film visto ieri sera, con due onomatopeici colleghi, era invece Australian Rules, una chicca di qualche anno fa che per misteriose ragioni -e le sto ancora cercando- non ha passato il vaglio dei sette mari, per sbancare da par suo i botteghini europei.
Vi si narra di uno sperduto paesello del South Australia -chiamato anch’esso Culonia- e delle tensioni sottocutanee, ma neanche poi tanto, che ne irrorano le desolate arterie stradali -un’astrusa metafora per dire che in famiglia si menano di santa ragione e che i bianchi “non vedono di buon occhio” i negri locali, noti al mondo come aborigeni. Il punto di vista, per snocciolare sapienza semiotica, è quello di un brufoloso teenager simile al mitico Jason Bateman. Se siete troppo piccoli per ricordarvi di Jason Bateman tornate pure a ciucciare dal seno

(dicevo quello di mamma, furbastri)

Quel pidocchio somigliava davvero al mitico Jason, ma la sua faccia, se possibile, chiamava schiaffi anche più robusti.

Riassumendo: c’è la vita a Culonia, nel South Australia, che scorre tranquilla, coi canguri che saltano e il papà che quando non si ubriaca picchia la mamma. C’è il simil-Jason che incautamente s’innamora di un’aborigena, e sono cazzi amari, ma soprattutto canguri. C’è un aborigeno, naturalmente amico del cuore di Jason, che viene sparato dal padre imbriacone di questi. E in mezzo, per camuffare la provenienza australiana del film, c’è una sporta di football australiano.

Sinceramente mi chiedo perché Australian Rules non ha sbancato i botteghini europei. Ma davvero.
Peraltro, dei dialoghi non ho capito una fava, perché erano detti in slang rigoroso.
Ma perché, come mai non ha sbancato in Europa?




 Stasera, invece, mi sono sparato tre ore di cinema muto al benemerito ACMI -il cinema che fa venire i brufoli.
Trattavasi dell’amarissimo He who gets slapped (“L’uomo che si fa prendere a sberle”, Victor Sjostrom, 1924) e del visionario Museo delle cere (“Waxworks”, Paul Leni, 1924).
Il bello è che uscito dall’ACMI -con qualche brufolo in più- mi sono trovato al cospetto di Federation Square, che è uguale alle scenografie visionarie del Museo delle cere.



Ma soprattutto, il film (visionario, sapete?) di Leni mi ha fatto un effetto madeleine.
In effetti l’avevo già visto, o se non altro dicevo di averlo già visto, perché in realtà me l’ero dormito.
Il sonno dei giusti si situa qualche anno fa, ai tempi del Dams, alle ore nove del mattino.
Sappia chi è poco pratico che chiedere a uno studente del Dams di non dico vedere un film, ma foss’anche svegliarsi alle nove è come chiedere a suor Germana di ingerire cibi precotti, a un australiano di non dire mate per dieci minuti e a me, ultimamente, di fare amicizia con un sudcoreano.
Eppure quella mattina, per inquietanti ragioni, avevo condotto le terga marmoree fino a via Mascarella, per la proiezione delle ore nove del Museo delle cere.
Quel vegliardo adorabile del professor Costa aveva fatto un’introduzione sgargiante; spiegandoci, se non sbaglio, che questo film aveva scenografie strepitose, per l’epoca. Il vecchio aveva ragione, ma non l’avrei scoperto che una sera di molti anni dopo, a Melbourne, bestemmiando il dio dei sudcoreani: perché quella mattina ho dormito.

Ah -dove “Ah” è l’artifizio che attiva l’effetto madeleine.

Dicevo, Ah, i tempi del Dams. Tempi di meretricio -e non mi facevo pagare poi molto; di fegati spappolati; di menti migliori della mia generazione che Minchia, che generazione del cazzo.



Domani, invece (oggi per chi legge, ndr) la mia voce asimmetrica e apotropaica commenterà il cinema di Marco Bellocchio alla radio australiana. E’ questa la fine degli umanisti -suoni come un monito o come un presagio, a discrezione. Trovarsi a Melbourne, in uno sciatto settembre, e non solo scoprire che il correttore automatico di Word tramuta “Bellocchio” in “Belloccio” -provate a casa-, ma altresì che si deve passare la notte a scrivere due stronzate sull’autore dei “Pugni in tasca” e del “Regista di matrimoni”, da proporre agli intrigatissimi ascoltatori australiani -che nel mentre si chiedono perché Australian Rules non ha sbancato i botteghini europei.

Pure, anche Bellocchio mi ha fatto l’effetto di una madeleine -è il caso che scendo a farmi uno spuntino, che dite?
Correva l’anno 2003. La versione imberbe del Vostro -identica alla versione attuale- scorazzava su e giù per il Lido di Venezia, dove per caso si teneva una fiera del cinema.

(egli era giovane e forte, ma ancora non lo sapeva)

I microfoni della Rai lo intercettarono fuori dal casinò, dopo la proiezione del fresco Buongiorno, notte -calzante per chi ha subito da poco un jet lag. La strafiga reggimicrofono gli ha spiegato che l’intervista -sì, volevano intervistarlo: eccomi, De Mille, sono pronta!- era per lo speciale sul Festival di Marzullo.
(scesa di palle. Non avrei fiocinato quella strafiga. Provate voi, se c’è di mezzo Marzullo)

 -Si faccia una domanda e si dia una risposta- ha detto la reggimicrofono
-Uhm…Ci sono. Mi è piaciuto Buongiorno, notte? Sì
-E che cavolo di risposta è, scusi?
-In che senso?
-Dio santo, articoli. Mi servono interviste di trenta secondi
-Non posso fare una recensione in trenta secondi. Ma posso dirle che l’amo
-Faccia qualcosa. Insomma, vuole parlare? E’ in televisione
-Uhm…Ci sono. A chi darei il Leone d’Oro, se fossi al posto della giuria? A Marco Bellocchio per Buongiorno, notte. Un titolo che ricorderò quando sarò vittima di un jet lag, tra parentesi
-Così va meglio
-Andava bene?
-La battuta era ottima, la ricicli
-Che dice, andiamo a scopare?
-Ricicli anche questa, comunque no
-Perché?
-Fatti miei. Lavoro per Marzullo, ma conservo una mia dignità
-Questa è ottima, la ricicli

 Insomma, era per dire che a Venezia 2003 peroravo furiosamente la causa di Marco Bellocchio. Casualmente la perorava anche lui (questione di fluidi, immagino). E non ha preso bene il fatto che il premio sia andato a un frocetto russo, per il mediocre e laccatissimo esordio chiamato Il ritorno -recensione: “Ma vai a dare via il culo”.

Si vede che Bellocchio mi porta fortuna.
Sarà questione di fluidi?



(nella foto: ritmo tipico di film russo degli anni '20, in endecasillabi e settenari)
postato da: vannij alle ore 03:05 | link | commenti (12)
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martedì, 12 settembre 2006

Plastic Fantastic Lover (il canto delle sirene)

Preparate lo spirito
(ehi. Non quello spirito. Giù le mani dalla bottiglia)
ad un post miscellaneo.
Dimenticate le architetture tematiche degli ultimi scritti, la loro ostinata coerenza da concept album.

Ma a parte gli scherzi. Vengo a dirvi, copiosamente ed alla rinfusa, dei miei ultimi ritrovati australiani. Concentrati, al solito, nelle calde, e poi fredde, e poi umide, e calde, e ventose, e rifredde giornate finesettimanali.


(Tit. " You got 4 seasons in a day, mate!")

 
Ne ho fatto nuova esperienza a Waterfront City.
Che non si trova tra Paperopoli e Gotham City, ma è banalmente la zona portuale rimessa a nuovo.
Non male, in realtà. Davvero non male.
A rigore, quello sbagliato da Trezeguet, non dovrebbe piacermi. C’è questo molo tirato a lucido, e seminato di ovali ed ellissi sul mare dove servono “trionfi di pescespada su letti di misticanza”, e roba del genere; i bambini scorazzano allegramente, o si rincoglioniscono sotto il megaschermo che spara Mtv -occhi a mandorla, dove siete? I mammi e le babbe assaporano i loro trionfi (quelli di pescespada, sempre), un tendone tipo Estragon ospita l’installazione “Le macchine di Da Vinci” (ancora grazie, Dan Brown dei miei strapazzati coglioni); lo skyline si profila maestoso, insieme alle spericolate architetture locali -di una naiveté che talora sfiora il geniale.

Ma c’è il mare. C’è la sua calma estensione. Il mare schiumevole, mio inacciuffabile amico.




Vedi Omar quant'è bello

 E in mare, c’è il veliero di Sea Shepard. Un trionfo non già di pescespada -che ha poco di che trionfare, specie se sta in un piatto-, ma di ingegno ferroso, e tutto dipinto di nero. Attraccato sul molo.

Sea Sheperd è una compagnia senza scopo di lucro che da anni si dà al bene delle balene. Un’altra cosca di rompicoglioni fanatici, vi starete dicendo. Può darsi: fatto sta che le marinaie, sporche, coi piedi nudi, avvolte nei loro cenci fortuiti -un’abile truccatura di scena, immagino- fanno la loro porca figura. E c’è una cosa che pensavo anche allo zoo, guardando estasiato la ragazza che nutre le foche -anche bruttina, tra l’altro: cioè che voglio mettermi con una donna di mare, una cosciente selvaggia che dà del tu ai polipi e alle murene, stracolma di sapere pratico. Mi starò irwinizzando, può darsi: ma sia chiaro che a questa donna non chiedo di convertirmi. Non voglio fendere i sette mari -corpo di mille balene! Me ne starei chiuso a scrivere, in una città -non per sempre, immagino, ma al momento mi sento urbano- e lei se ne andrebbe a pulire il culo ai delfini o a giocare a Mahjong con le nutrie. Poi tornerebbe, e nella penombra -certe cose hanno luogo nella penombra- le annuserei la pelle salata. E l’ancestrale sapienza del mondo sarebbe in me, penetrata dalle mie nari.




 A parte queste stronzate, a Waterfront City -cui spetterebbe, fatemi dire, il suo bravo supereroe- un barista mi ha offerto il caffè.
Era un ragazzino pulcioso, e il bar piuttosto fighetto. L’ho fissato a lungo in modo eloquente -del tipo: Troppe seghe ti hanno dato alla testa?-, perché a causa del suo accento strettissimo non ero affatto sicuro di avere capito. Ma i gesti -del tipo: Naaaa, lascia stare (mate)- erano molto eloquenti. Sono uscito con circospezione, con la mia tazza da asporto di broda fumante.

Se ho capito bene, l’omaggio non voleva omaggiare la mia bellezza -almeno, non solo: e poi sono troppo alto per essere davvero bello-, quanto scusare l’imperdonabile colpa di non avere la miscela da Espresso. Benché umilmente gli avessi chiesto uno “short black”. Questo succede se vai in un posto dove sanno cos’è un Espresso -e dove c’è un ragazzino pulcioso che serve ai tavoli, sognando di fare il supereroe.

 


Otto Vaske vs Ian Thorpe

Restando sul tema acquatico -poiché conservo un barlume di senso logico- oggi ho messo piede
(-E scrivi pinna, che fa più ridere
 -Ti ho detto di no. E non rompere
 -Ufff, sei il solito pesce lesso)
nella mia prima piscina australiana.

Mi duole informarvi che le piscine, downunder, costano circa un terzo del costo italiano. Che il nuoto libero si pratica dall’alba alle dieci di sera -Bologna: da mezzogiorno alle quattro in inverno-, che l’acqua è calda in modo piacevolmente drammatico, le corsie sono semivuote, la struttura sta in centro spaccato, gli spogliatoi sono puliti e accoglienti, il phon gratis.
E’ una delle infinite comodità dello stile di vita locale. Io ci provo, a parlar male di questo posto: e in verità mi riesce di quando in quando. Ma detto tra noi, e al contadino non far sapere, la verità è che qualunque aspetto del vivere sperimento -dal cibo, al lavoro, al costo della cultura, le solite cose da bifolchi inguaribili- si rivela più facile. Fateci una pensata, figli gloriosi dell’Europa.






Via dalla pastafrolla

Restando sempre -e in modo sempre più pretestuoso- sul tema acquatico, sono tornato a St Kilda a vedere il mare, come un junkie qualsiasi
Nei bar di St Kilda c’è un’aria orgiastica, almeno i sabati e le domeniche. C’è questa gioventù effettivamente belloccia che ha voglia di bere, di stronzeggiare e di pomiciare.
Tra l’altro mi è stato detto, più volte, che le ragazze di qui sono più che mai “disponibili”, e per solito ti saltano addosso.




Ho evitato di precisare che al momento non mi è saltato addosso nessuno. Non tanto per ragioni di orgoglio -ma a pensarci, forse anche per ragioni di orgoglio-, quanto per sollevare il mio interlocutore dall’imbarazzo di una controrisposta -del tipo, E come si spiega questa stranezza?
Mi sarebbe toccato spiegare che in effetti, eh, beh, non sono uscito molto la sera. E ipotizzare che forse hanno sbagliato a leggere l’indirizzo.
-Magari hanno trovato l’ostello, ma poi hanno sbagliato stanza
-…..
-Oh, mioddio. Sono saltate addosso al primo che capitava. Un Latte di Mandorla, probabilmente.
-….
-Ed è colpa mia. E’ tutta colpa mia
-….
-Devo fare qualcosa. Devo fare qualcosa per quelle poverine
-….
-Come? No, mi spiace, non ho venti cents

 

 Mankind

 A Melbourne perfino i barboni sono puliti -come vedete, la mia miscellanea è osteggiata da residui di coerenza tematica.
Ne ho incontrato qualcuno, generalmente a St Kilda -fa più figo, fare il barbone di fianco alle palme- e sugli autobus.
Bologna è piena di barboni del cazzo. Di solito sono miliardari annoiati, che una volta finita la questua tornano a testa china all’Hotel Baglioni. Ma finché sono in giro, gli sia dato merito, hanno l’aspetto di barboni veri.
Mentre i barboni di qui sembrano appena usciti dal bagno turco. Gentilmente ti chiedono qualche spicciolo, e se non ce l’hai -o ce l’hai, ma vuoi tenerlo per pulirtici il culo- fanno un piccolo inchino prima di allontanarsi, per scassare la minchia al prossimo.

 Sul 16 per St Kilda, sedevo di fianco a una giapponese messa peggio di me. Con la lingua, intendo. Parlava al telefono con qualcuno, e si faceva ripetere tre volte ogni cosa, prima di dire la sua in un inglese che è generoso definire stentato. Finalmente, trovo qualcuno nelle mie condizioni -o addirittura peggiori.

Sullo stessa linea di tram, Palma d’Oro alla coppia improbabile di quest’anno. Lei alta, longilinea, baschetto e giacchetta francesi -o quantomeno, si suole dire, alla francese. Lui, faccia incerta tra mio cugino, Pete Doherty, Alex De Large e Gael Garcia Beral -figuratevi un misto di tutti quanti.
Solo, era alto un metro e sessanta si e no -Palma d’Oro all’australiano più basso visto sinora.
La cosa da ridere è che lei lo sbaciucchiava di brutto, chinandosi, e una volta seduta gli passava una mano sul pacco, lui gongolante nella sua statura da Vittorio Emanuele I.

Nel frattempo, un dirigibile passava avanti e indietro sulla città, la scritta “Holden” sulla fiancata, a caratteri rossi. La tenevo d’occhio fin da Waterfront city.
Alessandro Baricco mi aveva raggiunto fin qui. Mi avrebbe trovato anche dentro un meat pie


postato da: vannij alle ore 07:04 | link | commenti (4)
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